Michele Camandona
Luoghi di richiamo assoluto: El Calafate
Michele Camandona, giornalista e scrittore, vive e lavora a Tokio.
Patagonia, Marzo 2001
Con l'espressione luoghi di richiamo assoluto vogliamo indicare quelle località che in passato costituivano le ultime frontiere, territori quasi sempre da noi lontani, un po' come la frontiera di Dance with the wolves. Più specificamente nel nostro caso si tratta di vere e proprie frontiere geografiche, mentre per K.Costner nella sua pellicola cinematografica, si trattava di una frontiera dalla geografia umana, quella rappresentata dall'incontro con una delle ultime tribù di pellerossa prima che venisse illuminata dalla civiltà anglosassone a colpi di parole di Dio, Scotch e sifilide.
Qui piuttosto pensiamo a luoghi come le isole dell'arcipelago delle Filippine, la catena dell'Annapurna in Nepal e Tibet, la Grande Barriera Corallina e l'Outback australiano, la Patagonia e la Terra del Fuego. Luoghi di richiamo naturali, della Terra, sembrerebbe, ma perché assoluti?
Per via delle decine di volte che abbiamo sentito dire, da tutti in tutto il mondo, da giovani e persone mature, - in Patagonia prima o poi ci devo assolutamente andare -, oppure - l'Australia è assolutamente da vedere - e ancora - camminare in Nepal è davvero una esperienza assoluta - e così via. Quello che più assolutamente succede nella maggior parte dei casi, alla maggior parte della gente protagonista di queste affermazioni, è di non raggiungere che uno o due di questi posti da visitare assolutamente, ma di continuare ad anelarvi fino alla morte, senza smettere mai, assolutamente mai, di essere certi che un giorno il loro desiderio si avvererà.
Dunque, riflettendo ci accorgiamo che i luoghi elencati prima sono in modo particolare dei poli magnetici del nostro immaginario. E così si potrebbe chiudere la questione e accendere il computer, incominciare a interagire nel sito del Parco Nazionale della Patagonia , o guardare un documentario della BBC. Impugnare una birra gelata, accomodarsi e via partire a bordo del nostro apparecchio tecnologico verso la nostra immaginazione. Ecco. Documentarci, studiare cercare e guardare sono tutte operazioni che facciamo verso qualcosa, un obbiettivo, verso l'immaginario da costruire e rifocillare. Arrivare a destinazione fisicamente, invece, toccare nuovi suoli, è una operazione che ci consente di partire dall'immaginazione, lasciarsela dietro come l'ultima striscia di terra all'orizzonte. Da quel momento dall'inizio del viaggio, l'immaginario deve lasciare spazio all'esperienza che in primo luogo è sempre travolgente, tutta fisica. Quando si atterra in un aeroporto, è il nuovo odore del posto che ci riempie le narici e ci sveglia dalla stanchezza del volo, ci fa realizzare prima ancora di toccare, la nuova realtà in cui siamo ora immersi. E prima ancora delle mani saranno gli occhi a portarci verso la sorpresa, lo sgomento, addirittura la delusione. Quando iniziamo a toccare la realtà intorno, la maniglia del pullman o del taxi all'aeroporto, una bottiglia di acqua minerale, cessa il confronto con quanto immaginato fino a quel momento. Il confronto cessa quando incominciamo a dire, ecco era proprio come l'avevamo immaginato o il contrario, in quanto in entrambi i casi, quello immaginato fin qui cessa di esistere, è un po' come cliccare delete sullo schermo del computer. Da li in poi, mettiamo in memoria i nuovi dati, quelli che ci arrivano col sudore o un colpo di freddo dipende dalla destinazione dove abbiamo scelto di atterrare.
Tutto è travolgente, odori e sapori che si sono regalati dalla sorpresa, quel sentimento forte che ci attende all'inizio della nostra carriera di pendolari mondiali, di viaggiatori o turisti. Tutto ci travolge perché tutto ci sorprende, sono le prime volte che arriviamo in un paese nuovo ed è proprio questo arrivare, questo essere gettato in un posto nuovo che ci sorprende ancora prima del posto stesso. Con l'andare degli anni e dei viaggi al nostro ennesimo arrivo qualche volta capita che quello che ci travolge e travolge tutto intorno a noi è il sentimento opposto a quello della sorpresa, la noia. Attenti. La noia del viaggiatore, del turista e del girovago è quella noia particolare che possiamo definire solo come noia cosmica. Anche la noia cosmica ci travolge come la sorpresa e si presenta come una condizione in cui ci ritroviamo gettati, al di la della nostra immaginazione e volontà di conoscere. Come possiamo annoiarci attraversando il Parco ------------ per andare ad assistere a uno dei massimi prodigi sulla terra, un vero e autentico patrimonio dell'umanità, l'avanzare del ghiacciaio Perito Moreno in Patagonia. Uno dei rari ghiacciai al mondo che continua ad avanzare invece di regredire finendo per sciogliersi lacerato dai gas che provocano l'effetto serra. I ghiacciai come questo, i cosiddetti ghiaccia primordiali, che risalgono a migliaia di anni fa, sono la spina dorsale del pianeta.
Non è la sorprendente bellezza della parete blu e porosa del ghiacciaio ad annoiarci è il viaggio che ci annoia. E' quell'essere stato ancora una volta seduto nel pulmino, poi nel battello, il solito bel battello dove la poca gente a bordo riesce a prendersi a gomitate sul ponte per scaricare un rullino di fotografie. Il senso di dejavu dell'aver già visto noi stessi in quella scena anche se davanti a un altro spettacolo naturale, magari di un deserto nell'Africa del Sud, quella noia cosmica che come in un momento di dormiveglia ci fa sentire la necessità di darci un pizzicotto, chiederci se vegliamo o dormiamo. Andiamo avanti, procediamo salendo gli scalini di legno preparati dalle guide lungo il promontorio dove affacciarci per contemplare il ghiacciaio, pensando magari che questo è un parco nazionale e non si può fumare. Questo travolgente stato di noia è il luogo dove ci troviamo in quel momento ossia fra l'immaginario e l'esperienza che andiamo facendo. Quella noia cosmica - in maniera diversa, ma altrettanto efficace della sorpresa - è una condizione perfetta per vedere il ghiacciaio che abbiamo finalmente davanti. E pensiamo. Pensiamo che siamo qua, di nuovo qua, in un luogo primario, un luogo da cui matura un nuovo inizio per noi, dove ci ritroviamo a fissare il mondo nella sua interezza grazie a questo ghiacciaio, a un pezzo importantissimo della terra, che non avevamo immaginato finora.
La pioggerellina fredda, il blu allampanato del ghiacciaio che tuona la sua presenza ad ogni pezzo e fettona che lascia andare a picco dai fianchi nell'acqua salata, sacrificio imposto dal clima, al suo lentissimo avanzare. Al rombo del ghiaccio che cade nelle acque salate di un lago primordiale grande come l'Umbria non possiamo evitare gli sguardi che dovevano aver lanciato gli esploratori del passato, immersi a calcolare quanto ancora il legno della nave avrebbe resistito prima di perire nella morsa del ghiaccio, dove anche le acque del lago si erigevano, iceberg verticali e blu, a minacciarli, i viaggiatori, per la loro intrusione.
La noia è cosmica perché è quella noia che assale il viaggiatore o turista davanti all'impatto assoluto nell'incontro con la terra. E' la sua vastità. Ecco il commento che - al ritorno sentiamo fare di più - sul pulmino che attraversa il parco nazionale, questa vastità, la vastità immensa della Patagonia!-. Perché rimaniamo così colpiti dalla vastità dei paesaggi? Quale differenza è nascosta nella vastità dell'Out Back australiano e quella ancora del deserto del Sahara?
I commenti arrivano subito, all'inizio dell'escursione, alla prima fermata del pulmino appena spuntata l'alba, fermata obbligatoria per pipì e fotografia. Turisti di ogni nazionalità girano intorno a parole che li portano inevitabilmente a parlare della vastità dove si trovano dell'immensità di cui rimangono impossessati. Un simile commento non capita ad esempio sulle Alpi italiane o francesi. Lassù ascoltiamo le parole dei turisti girare verso esclamazioni come - che spettacolo! Che splendore. La differenza fra i paesaggi è un po'' come quella fra i cieli. Quello dei Caraibi, di Cuba per esempio è un cielo bianco, aperto a ogni avventura del vento, disposto a farsi arrostire e trafiggere da sole. Nel Mediterraneo invece il cielo è primaverile lindo lindo pulitissimo fino a sfibrarsi nell'estate e a regalarci quella compostezza autunnale e invernale gravide della nascita della nostra bianca civiltà occidentale. Queste non sono differenze letterarie giornalistiche né tantomeno poetiche, sono le rivelazioni che ci regala il colloquio fra noi e la terra, il pianeta quel sasso che gira nello spazio e che viene prima del (nostro) mondo. Davanti al ghiacciaio Perito Moreno possiamo smettere di avere paura del mondo e incominciare a sentire l'alito del cosmo che ci fa girare nello spazio e da lì abbiamo poche scelte. Possiamo fotografare questa nostra epifania questa rivelazione e tenerla cara custodirla, ma non prenderla sul serio. Possiamo relegarla alle impressioni di un viaggio, a evocazioni letterarie funanboliche oppure, semplicemente riconoscerla. Riconoscere che siamo arrivati fino a qui perché non abbiamo più voluto immaginare la rotazione terrestre, ma sentirla, lo stesso impulso che ci ha attirato fino a mettere controvoglia e nel terrore il culo sulle montagne russe la prima volta da piccoli. Ci guardiamo intorno e vediamo gli altri turisti con il volto rosso e eccitato dal vento sole pioggia e neve ossia il solito menu delle giornate in Patagonia, quattro stagioni al prezzo di una in 24 ore, e sappiamo di avere ragione, di poterci abbandonare a riconoscere quello che abbiamo davanti, il panorama, la meta raggiunta una volta per tutte. E si perché qui inizia la seconda parte dell'immensità, la profondità di quei ricordi che adesso stiamo vivendo. Per anni e anni, non dimenticheremo mai quella vastità, quella sensazione di girare nel vacuo morbido dell'anima, spinti dal vento della nostra esperienza.
Dobbiamo ancora rispondere alla domanda su quale sia la differenza fra una vastità una immensità una apertura infinita come quella del perito Moreno e una a prima vista altrettanto identica, anche se in opposte condizioni climatiche, come quella dell'OutBack australiano. Un buon esempio potrebbe essere una particolare gita che è possibile fare fermandosi un paio di giorni a pernottare in uno qualsiasi dei lodge o alberghi di Alice Spring. Da questo villaggio immerso nella sabbia rossa e che vive grazie alla relativa vicinanza all'Ulururu (in lingua inglese Ayssir Rock), la famosa gigantesca meteorite rossa, conficcata nel mezzo dei territori del Nord e uno dei simboli dell'Australia, o meglio della cultura aborigena che venerava questo sassone che adesso noi turisti in un paio di ore scaliamo calpestandone tutta la magia venerata dagli originali residenti del luogo.
La mattina ci dobbiamo alzare alle 3,30 per aspettare il classico pulmino guidato da due robusti ragazzotti angolossassoni. I due ci portano in giro nelle ultime ore di buio per raggiungere prima una spianata e poi un altra e un altra ancora, in mezzo a un deserto di polvere e sabbia che non è granulosa non al punto da costruire dune sopra alla dura crosta terrestre da cui si stacca il profilo della meteorite sacra. Cosa stanno cercando i due ragazzotti in tuta aeronautica verde e gialla seduti di fronte alla guida del pulmino? Scendono dalla vettura raggiunti i singoli posti e scrutano il cielo e con le dita sembrano assaggiare il vento. Attaccato al pulmino un rimorchio aspetta di essere aperto, solo allora sarà permesso ai passeggeri di scendere, abbandonare i loro sedili caldi e darsi da fare a scaricare il cestino e allungare il pallone della mongolfiera. Mentre le ultime ombre della notte si sfaldano intorno alle prime piccole nuvole rosse dell'alba all'orizzonte ci accaniamo a srotolare questa balena di tela cerata che riprende vita con bordate di aria calda sparata da un numero impressionante di bombole a gas. Una volta raggiunto il gonfiore previsto, l'involucro si alza con un barrito nell'aria e abbiamo pochi secondi noi sei turisti per raggiungere il pilota nel canestro. Rossi di polvere, incominciamo nel puzzo del gas e del rumore delle bordate, a prendere quota e perdere gravità, ci alziamo alziamo e poi a una cinquantina di metri, chiudiamo il giubbotto di jeans e sorridiamo a destra e a sinistra, alla luna e al sole che si stanno dando il cambio da questa parte dell'emisfero. E cosa succede? Prendiamo a navigare nell'aria e ci spingiamo avanti... ci spingiamo avanti ? Indietro? A destra o a sinistra? Di metro in metro anche rivolgendoci ai punti cardinali della bussola, la sensazione è quella di procedere sulla linea dell'orizzonte, di spingerla a piacere avanti e indietro, farla venire con noi per raggiungere la nostra meta. Fra il sole e la luna ci siamo solo noi, dei improvvisati a delimitare allungare e proporzionare le misure del pianeta.
Se smettiamo di guardare in avanti e lasciamo andare il capo all'ingiù, come quello di un germano reale nelle acque di un lago, allora ci accorgiamo di essere nel nord dell'Australia, a galleggiare sulla crosta di terra rossa percossa dalle zampe dei branchi di canguri e vacche selvatiche che scappano spaventati dalla lampadina nera che getta la nostra ombra sul suolo. Mucche selvatiche? Si proprio le mucche, quegli animali che da bambini forse conosciamo per primi imparando l'alfabeto, le vecchie e dolci mucche possono essere selvatiche, e molto brusche e scorbutiche, magre e veloci. Ci stupiscono senz'altro più dei canguri che ci aspettavamo, ci eravamo portati nell'immaginario. Allora riportando il nostro sguardo alla stella del Nord che ti saluta e regala un barlume di direzione, di distacco da questa ubriacatura che è diventata la linea dell'orizzonte, ci ricordiamo dei cammelli, sì i cammelli selvatici che ci sono dall'altra parte della meteorite rossa, dell'Ayssir Rock, eredità lasciata dai primi pionieri che compresero presto che i cavalli in quelle condizioni potevano solo morire. Irlandesi e scozzesi dalle barbe folte e dispettose montavano cammelli e dromedari provenienti dall'Asia centrale e medio-rientale per avanzare e far partorire le loro donne accucciate nei carri, fasciate dalle gonne scure e spesse. Tre animali così diversi, mucche canguri e cammelli, tutti in fila sotto lo stesso pezzo di orizzonte.
Continuiamo a procedere fluttuare disturbando gli animali di primo mattino, e quando il sole incomincia a suonare la carica del giorno atterriamo e allora in quello scarto dell'atterraggio, del canestro piegato dal ritorno della gravità dei nostri corpi, la linea dell'orizzonte ce la ingoiamo e il pianeta non lo vediamo più, non lo abbiamo più davanti si è trasformato, diventando qualcosa di assoluto, nascosto fra i tendini e i muscoli delle nostre gambe che camminano di nuovo. Siamo di nuovo atterrati questa volta in maniera unica, direttamente con i nostri piedi sulla crosta terrestre, abbiamo ascoltato quel richiamo assoluto che ci ha inseguito per anni e adesso siamo qui, finalmente senza più niente da inseguire all'orizzonte. Almeno per un giorno.