Kúmá/Novità Editoriali

Sandra Ammendola

Forse è già finito

Scrittrice di origine argentina, vive e lavora a Vicenza

"La bocca piccola di Clara.
Quel nome.
Un viaggio lungo.
L'Africa piatta e senza luce.
Le dita su un MI."
Davide Longo

Nella mia libreria preferita non c'era. "Forse è finito", rispose il libraio. "Forse non è ancora arrivato", pensai.
Sono andata alla libreria di Piazza Castello. La libreria occupa tutto l'angolo a nord della piazza. E' una delle librerie più antiche a Vicenza e si trovano quasi tutti i libri che vuoi.
I commessi sono tutti distaccati e hanno grandi computer davanti. Io non parlo con loro, entro e vado diritta a perdermi negli scaffali.
Quella mattina, nel reparto "Letteratura italiana", nel tavolo dove vengono esposte le novità, in prima fila taceva una pila con cinque o sei copie di Un mattino a Irgalem di Davide Longo, il numero 83 della Marcos y Marcos, maggio 2001.
Nella copertina una donna, che "i capelli le scendevano sulle spalle, e i riflessi blu dello sciammà davano loro un tono corvino", e un soldato inchiodato nella sua sigaretta.
Tornai a casa dal lavoro, la sera, e senza darmi pausa, penetrai sui capitoli del romanzo.
La storia è a Irgalem, Etiopia, nel 1937 e il suo personaggio, un tenente avvocato torinese, ci porta in Africa con una missione da risolvere.
Il narratore usa delle parole che danzano tra i paesaggi e tra gli sguardi. Parole che lasciano gli odori, i movimenti, i pensieri dei personaggi costruiti in modo adeguato. I dialoghi permettono al lettore di seguire la indagine da vicino e danno il ritmo e il tempo alla storia.
In Un mattino a Irgalem "si sale sul treno polveroso dei militari, al primo capitolo, e fra una sigaretta fumata 'stretta' da Pietro e un ruvido paesaggio africano, non si scende fino all'epilogo". Ed è vero. Un mattino a Irgalem è una storia semplice e intensa, come la vita, in un contesto duro e triste, come la guerra.
Per Davide Longo, Un mattino a Irgalem, è il suo romanzo di esordio. Spero che abbia in cantiere altre storie da raccontare e che le sue mani continuino a scegliere parole.
Credo che aveva ragione il libraio quando disse, "forse è finito".