Rosa Rafele
Badolato
Il paese di Badolato, in provincia di Catanzaro, messo in alto sulla costa jonica della Calabria, è diventato famoso per essere stato il centro di un'esperienza unica di convivenza, di integrazione e di rispetto fra genti appartenenti a culture diverse. In questo paese, dal quale provengo, alcune famiglie kurde hanno vissuto per mesi sperando di aver trovato una casa dopo aver lasciato la loro terra nella quale è negato loro anche il diritto di esprimersi nella propria lingua. Purtroppo questa esperienza è, almeno in parte, fallita. Non per difficoltà di convivenza, ma per l'impossibilità per questa famiglie di trovare lavoro e quindi una patria concreta nel nostro paese.
Badolato Superiore è un piccolo borgo medievale arroccato su una collina a pochi km dalla costa jonica. Fu costruito perché che non fosse visibile dal mare, per proteggerlo dalle scorrerie dei pirati turchi. E proprio dal Kurdistan turco provenivano gli uomini e le donne sbarcati sulla spiaggia badolatese nel dicembre del 1997. Il borgo è da alcuni anni quasi completamente spopolato. Conta circa cinquecento abitanti, per lo più anziani. È un paese fantasma. Le ragioni dello spopolamento sono quelle delle ondate migratorie che hanno visto i badolatesi trasferirsi nelle Americhe prima e nei paesi ricchi dell'Europa continentale o nel Nord Italia poi. Ma sono anche da attribuirsi alla politica di edilizia popolare intrapresa dalle varie amministrazioni comunali successivamente all'alluvione che ha colpito il paese nel '51. Si è preferito costruire le case da assegnare agli alluvionati nella marina, piuttosto che nell'antico borgo. Da allora è cominciato un processo lento, ma irreversibile di svuotamento del paese antico. Oggi esistono due centri, separati da una strada tortuosa: Badolato Marina con le abitazioni moderne, le scuole, i negozi e Badolato superiore con le scuole, le casette contadine, gli antichi palazzi baronali e le numerose chiese in rovina.
Il primo sbarco di una nave di migranti sulle coste badolatesi avvenne nell'agosto del '97. Allora fu improvvisata una prima accoglienza nella scuola media di Badolato marina, fino a quando tutti i rifugiati furono trasferiti in centri d'accoglienza più attrezzati della regione.
L'arrivo della nave Ararat, che trasportava in condizioni disumane 836 persone è, invece, del 26 dicembre del 1997. Questa volta i profughi maschi furono provvisoriamente alloggiati nella scuola media di Badolato Superiore e le donne con i bambini in un campo della vicina cittadina di Soverato.
Come era accaduto in occasione del primo sbarco, alcune persone furono ostili e altre indifferenti, ma ci furono esemplari manifestazioni di solidarietà da parte dei badolatesi. Probabilmente perché è gente che ha subìto il dramma dell'emigrazione ed ha rivisto amplificato negli occhi di questi esuli il dolore di se stessi e dei propri parenti, forse per un senso radicato di ospitalità ereditato dalla cultura greca, o, più semplicemente, per "nuda" umanità.
Uno dei momenti simbolici di questa vicenda risale al 31 dicembre, pochi giorni dopo lo sbarco, quando i badolatesi offrirono ai kurdi, che professano la religione musulmana, il Monastero, una delle chiese più importanti del paese, affinché potessero festeggiare l'inizio del nuovo anno (Newroz).
Anche questa volta, dopo la prima accoglienza, era previsto il trasferimento degli esuli in altri centri. Ma il Sindaco, Gerardo Mannello, e il Consiglio Comunale decisero di chiedere ai cittadini badolatesi la disponibilità delle case abbandonate del borgo per ospitarvi le famiglie kurde. Vennero consegnate ottanta chiavi. Tredici famiglie kurde scelsero di restare. Il Ministero degli Affari Sociali finanziò le minime ristrutturazioni delle abitazioni e, inizialmente, l'acquisto dei beni di prima necessità.
Così iniziò la convivenza fra italiani e kurdi in un piccolo paese, che da allora viene chiamato scherzosamente Kurdolato. È stata una convivenza pacifica di scambio e di rispetto reciproci.
I bambini kurdi andavano a scuola, avevano imparato prestissimo l'italiano, avevano legato con i propri coetanei ed eletto proprie "nonne" alcune anziane del paese. Ma anche tra gli adulti c'era stato un grosso sforzo di comunicazione che aveva portato alla nascita di una specie di lingua franca.
Alcuni kurdi cominciarono a lavorare nell'agricoltura e nell'edilizia. Inoltre, l'amministrazione locale promosse alcune iniziative comuni: l'apertura di un ristorante e quella di un negozio di ceramiche a produzione artigianale. Alcune ceramiche furono acquistate dal Comune stesso e utilizzate per segnalare i nomi delle vie e dei numeri civici del borgo. Purtroppo, questi progetti, che avevano avuto dei riscontri positivi durante l'estate, quando il paese si ripopola per il ritorno degli emigrati, fallirono rapidamente. Allora, l'amministrazione locale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati (C.I.R.) di Badolato pensarono di creare dei nuovi sbocchi lavorativi con un progetto di ristrutturazione delle case abbandonate del borgo a scopi turistici. L'idea era quella di trasformare Badolato Superiore in una specie di villaggio turistico, di "paese albergo" interculturale. Il progetto non era peregrino, ma nasceva dalla considerazione che, negli ultimi anni, alcune case del borgo erano state acquistate e ristrutturate da turisti svizzeri e tedeschi, che vi trascorrevano e vi trascorrono l'estate. Il progetto fu approvato due anni fa dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che stanziò un miliardo e mezzo di lire per la sua realizzazione. Ma ancora oggi questi soldi devono essere erogati dalla Regione Calabria.
A causa di questa situazione di stallo, dopo circa un anno, le famiglie kurde cominciarono a lasciare il paese per trasferirsi in Germania. Dove, in realtà, potrebbero solo viaggiare e non soggiornare stabilmente, in quanto hanno ottenuto l'asilo politico in Italia. Dove sono clandestini. Alcuni continuano a telefonare agli amici calabresi per dare e ricevere notizie. Il borgo, con rammarico di molti, è ripiombato nella solitudine delle cose abbandonate.
Attualmente vivono a Badolato dodici kurdi: due donne, madre e figlia, e dieci ragazzi ventenni. Ma è una stima provvisoria, perché le persone continuano ad arrivare e a partire continuamente. Lavorano nell'agricoltura e nell'edilizia. I ragazzi sostengono di non stare né particolarmente bene, né particolarmente male. Ma non aspirano a rimanere per sempre in un paese dove, per il momento, hanno poche prospettive e dove la vita, per dei ventenni, è molto noiosa .Conservano la speranza di poter tornare in un Kurdistan libero. E con le cartine geografiche del loro paese hanno tappezzato una parete della sede del C.I.R. , quasi a ricordarci che quel posto esiste, nonostante sia diviso tra quattro Stati e nonostante due di essi , Turchia e Iraq, si sforzino di cancellarlo. Ma il loro progetto a breve termine è quello di trasferirsi in Germania, in Svezia o in Francia. Questi giovani si sentono trascurati dallo Stato italiano.
In effetti, l'Italia è l'unico paese europeo senza una legge sull'asilo politico: una proposta di legge è rimasta bloccata per anni in Parlamento, senza essere definitivamente approvata prima della fine dell'ultima legislatura. Le normative alle quali si fa riferimento attualmente sono la Convenzione di Ginevra e, per le questioni di ordine amministrativo, una legge sull'immigrazione (la Legge 40 del '98). Essendo questa una legge generica sull'immigrazione e non specifica per i rifugiati politici, presenta una serie di problemi nella sua applicazione pratica. Daniela Trapasso, responsabile locale del C.I.R., racconta che ci si trova di fronte a situazioni kafkiane anche per il rilascio della patente. E ci si scontra continuamente con delle difficoltà economiche: dalla legge, ad esempio, è prevista l'attribuzione di un milione e mezzo di lire, per quarantacinque giorni, a ogni rifugiato. Ma si tratta di una quota che non tiene conto del mutato costo della vita e che, oltretutto, spesso viene consegnata dopo mesi.
Oggi Badolato, nonostante le difficoltà legislative e i ritardi burocratici, continua ad essere il punto di riferimento per i kurdi in Calabria. Questo lo si deve soprattutto al lavoro svolto quotidianamente dai ragazzi del Consiglio per i Rifugiati , che è anche l'unico esistente nella Regione. Si tenta di continuare a dar voce al popolo kurdo e di aiutarlo a vivere dignitosamente in Italia. Daniela Trapasso afferma: "Noi continueremo".
E la speranza è quella che si continui a lavorare per offrire una nuova prospettiva di vita alla gente kurda e, in questo modo, anche al borgo stesso e alla gente calabresi.