Kúmá/Poetica

 

Maria Cristina Mauceri - University of Sydney

 

Scrivere per non perdersi, a colloquio con Mihai Mircea Butcovan, osservatore romeno

 

Due anni fa, prima che partissi dall’Italia mi era stato dato il manoscritto della prima versione del romanzo Allunaggio di un immigrato innamorato di Mihai Mircea Butcovan, un giovane scrittore romeno. Ricordo che l’avevo portato con me nelle vacanze pasquali, ma non ero riuscita a trovare la calma per leggerlo. Quest’anno in vacanza nello stesso posto e nello stesso periodo ho riportato con me il manoscritto seriamente intenzionata a leggerlo. E la lettura di Allunaggio è stata una piacevole sorpresa. Ho riso a voce alta a certe battute e osservazioni del protagonista, gustando lo stile dell’autore, veramente originale. Nel 2006, finalmente, questo romanzo, che aveva vinto un premio e la promessa mai mantenuta di essere pubblicato, uscirà da Besa. Durante il mio soggiorno italiano ho deciso di andare a intervistare questo curioso scrittore che si è autodefinito “osservatore romeno” e che già al telefono si era presentato con un italiano impeccabile e un accento milanesissimo. Uno che si è autodefinito “osservatore romeno” non può non avere grandi occhi con cui guardare la realtà che lo circonda e questi mi permisero di identificarlo alla stazione di Milano dove ci siamo incontrati. Ho passato una giornata di settembre a intervistarlo e ricordo che dalla finestra entrava un profumo di pane fantastico che ha fatto da colonna “olfattiva” all’intervista.

Mihai Mircea Butcovan è giunto in Italia nel 1991, caso assai raro nel panorama della migrazione, era restio a venire, ma poiché allora desiderava diventare sacerdote e in Romania non c’erano molti seminari, ha dovuto lasciarsi convincere ad andare a studiare a Monza. Col tempo, però, si è reso conto che diventare prete non era la sua scelta di vita. Lavorando per mantenersi agli studi, si è diplomato a Milano presso la Scuola Regionale per Operatori Sociali su un argomento che ben si confaceva alla sua condizione di emigrato, la sua tesi infatti verteva sulla autobiografia come cura di sé in autori romeni emigrati in Occidente tra cui Emil Cioran, Mircea Eliade e Panait Istrati. Mihai è anche autore di una raccolta di poesie Dal comunismo al consumismo http://digilander.libero.it/wholt/biog_mircea_butcovan.htm, una autobiografia in versi in cui emerge il suo percorso dal paese d’origine e la dura realtà della dittatura, l’arrivo in Italia e l’incontro con una società diversa. Alcune di queste poesie usciranno nell’antologia Ai confini dei versi. Poesia italiana della migrazione, a cura di Mia Lecomte, Firenze, ed. Le Lettere, 2006 e in traduzione inglese in A New Map: The Poetry of Migrant Writers in Italy, a cura di Mia Lecomte e Luigi Bonaffini, Los Angeles, Green Integer, 2006.

 

 

Quando hai iniziato a scrivere, in Romania o qui in Italia?

 

Sin da piccolo ero appassionato di letteratura e di storia e scrivevo poesie, mi piacevano le rime. Ma per le scuole superiori ho dovuto “scegliere” di fare un percorso di studi al di fuori dei miei interessi. Diciamo che non avevo “scelta”. Ha “scelto” mio padre in un contesto in cui la situazione economica e politica del paese “sceglieva” per lui. Ma già allora, nei rapporti epistolari, utilizzavo poesie o brevi racconti a supporto di quanto andavo a sostenere. Utilizzavo già la scrittura nella pratica diaristica. È risultato così abbastanza naturale ritrovarmi a scrivere in italiano nel pieno dell’apprendimento di una nuova lingua.

 

Il romanzo Allunaggio di un immigrato innamorato riflette le tue esperienze autobiografiche?

 

Ho scritto la mia tesi sull’autobiografia come cura di sé in autori romeni emigrati in Occidente. Inoltre ho sperimentato personalmente gli effetti curativi del tenere un diario in cui registrare il viaggio che stavo intraprendendo, un modo per fermare i ricordi, perché volevo raccontare quello che stavo vivendo e condividerlo con altri. Era un modo per tenermi insieme, quando era facile perdere le mie origini e quindi perdermi. E l’italiano è diventato così anche la lingua della scrittura autobiografica nell’esperienza di migrazione. Allunaggio nasce quindi dagli appunti sparsi in cui registravo la mia esperienza di immigrato in Italia ed inoltre ho ricreato in forma romanzata una storia d’amore che ho avuto con una ragazza italiana.

 

La parola Allunaggio fa pensare all’arrivo su di un altro pianeta. Con questo termine intendi riferirti al senso di estraneamento del protagonista che si trova proiettato in una realtà così diversa da quella del suo paese, per citare il titolo di una tua raccolta di poesie Dal comunismo al consumismo?

 

L’allunaggio rappresenta l’approdo su un pianeta diverso, tutto da scoprire, un pianeta sognato nel passato, nelle notti di “luna piena”. Il protagonista immigrato si innamora della ragazza italiana e nello stesso tempo del pianeta dove la incontra. Coglie i vari aspetti di questo nuovo paese in cui sta (ri)costruendo la sua vita.

Quando si sbarca in Italia e si mette il piede sul suolo italiano si avverte, parafrasando Armstrong sbarcato sulla Luna, che si tratta di un piccolo passo per l’uomo che sei ma anche di un balzo gigantesco per la tua vita. Scoprire, strada facendo, in quale direzione sarà questo salto non è sempre fonte di gioia.

Sicuramente alla fine della lettura dell’Allunaggio rimane un alone di mistero e di incompiuto. Come se intorno a questa missione nello spazio ci fosse un giudizio finale sospeso. Il viaggio è certo, certificato e certificabile. Sull’amore… come sulla missione di Apollo 11, ognuno sceglie di crederci o no, a seconda di quanto i resoconti siano vicini ai suoi sogni. Se poi il protagonista abbia perso il senno su questa “Luna” oppure l’abbia recuperato, non è dato sapere ancora. Non era, di certo, come Astolfo nell’Orlando Furioso, in missione per conto terzi.

 

In diversi romanzi degli scrittori migranti il rapporto con una partner italiana ha un ruolo importante anche se, come nel tuo testo, non sempre ha un esito positivo.

 

L’amore non dovrebbe essere confinato nelle tradizioni, nelle culture, negli spazi geografici. Penso che l’amore, per quanto ognuno di noi lo esprima in lingue diverse, ha gli stessi effetti sui cuori delle persone, ha gli stessi sintomi e gli stessi effetti collaterali nella vita dell’uomo. Laddove si pretende di poterlo relegare ed iscrivere dentro a rigide ed inflessibili tradizioni, laddove lo si vuole imporre, dirigere, dettare, c’è bisogno di coraggio, ribellione, superamento degli schemi, per non soffocarlo, per non ucciderlo ma anche per non scimmiottare versioni prefabbricate da altri.

Anche nel mio caso la storia d’amore da cui trae spunto questo libro è una storia importante, una storia che ha lasciato il segno, una storia che è accaduta, è stata vissuta e per questo l’esito sta proprio nel suo essere, nel suo essere stata. È, certamente, una storia d’amore che ha un inizio ed una fine, ma nello spazio tra i due estremi di questo periodo c’è stato amore o comunque, per dirla col protagonista, c’è stata vita. Forse anche sulla Luna.

 

Se penso anche al tuo percorso di vita, alla scelta iniziale di votarti alla vita religiosa, mi ha colpito una frase del tuo romanzo in cui dici “io non scrivo preghiere, io prego scrivendo”. Che cosa intendi dire?

 

La frase esprime l’emozione di un giovane in piena ricerca del senso religioso, un giovane che ritiene che le preghiere autentiche vengono dal cuore, come la scrittura. Le preghiere non si costruiscono, non sono virtuosismi linguistici, sono espressione del cuore. Personalmente sono contro gli artifici liturgici, contro le false preghiere. Le più belle e autentiche preghiere non sono state scritte per essere vendute. È anche una sorta di omaggio a Emil Cioran, a quello che lui ha vissuto e ha scritto; a mio avviso non negava l’esistenza di Dio, ci metteva soltanto in guardia dal rischio di fraintenderlo.

 

Lo stile del tuo romanzo è molto originale. Mia Lecomte lo ha giustamente definito pirotecnico, ma ci sono dei passi in cui abbandoni i tuoi giochi di parole e diventi molto serio e fai riflessioni filosofiche sulla vita. Cosa provoca questi cambiamenti di stile?

 

Io penso che anche i momenti pirotecnici siano semplicemente le eruzioni di una lava che è molto profonda. Le riflessioni più intense a cui dedico spazio nella scrittura ogni tanto hanno bisogno di sintonizzarsi in una dimensione comica e autoironica che forse è anche un modo per sdrammatizzare e sopportare meglio certi momenti. È come se dopo aver sopportato troppo, per aver scavato troppo nel profondo ci fosse il bisogno poi, per sopportarsi meglio, di prendersi in giro e prendere in giro gli altri. Non so se sono riuscito in qualche modo a dare l’idea che le parti pirotecniche del romanzo non sono frivole, ma nascono da riflessioni più profonde di quanto non appaiano, anche quando sconfinano in una apparente volgarità.

 

Da che cosa deriva il tuo gusto di giocare con le parole e con i loro doppi sensi. L’hai avuto anche nella tua madre lingua?

 

Sì, penso di sì, mi è venuto sullo sfondo di una spontaneità che avevo già in Romania, e penso che mi sia venuto ancora più facile nel momento in cui ho dovuto interrogarmi sui significati e sulle differenze specifiche tra parole spesso simili e qualche volta uguali, però con delle distinzioni particolari, a volte immediatamente evidenti, altre volte invece delle sfumature difficilmente intuibili se non in presenza di approfondimenti o di spiegazioni. Essendo costretto a interrogarmi sul significato delle parole, sicuramente mi ritrovavo ad andare dietro le quinte, laddove un parlante nativo non sente sempre la necessità di esplorare. Scoprivo un risvolto o un diversa possibilità di utilizzo: la maschera al rovescio perché non la si può mettere sulla stessa faccia?

 

Dopo l’esordio nella poesia con la raccolta Dal comunismo al consumismo, in cui si avverte la rabbia per la durezza e l’assurdità di essere cresciuto e essersi formato sotto una dittatura, sei poi passato alla narrativa, come è avvenuto questo passaggio?

 

La raccolta di poesie Dal comunismo al consumismo è un percorso che vede il suo punto di partenza in una “Repubblica socialista” e le immagini di chi ricorda, almeno in prima battuta, scatenano rabbia. Vi è poi l’impatto con l’Italia, con le sue luci ed ombre. Ed è qui che si svolgono “gli studi”, percorso di ricerca esistenziale e politica, tra filosofia, teologia, pedagogia. Si costruisce così una nuova identità, quella di “osservatore romeno“ sospeso tra comunismo e consumismo. E’ in questa “terra di mezzo” che avvengono momenti di “solitudine”, di “amore”, di “autoironica follia”. Fino ai ricordi finali, che non chiudono l’esperienza, ma lasciano aperta la volontà e la possibilità di inseguire comunque, recuperando gli insegnamenti delle origini, (“Vorrei”, “Anna Puşcaş”) nonostante il passato (“a quel presidente” cui non concedo la maiuscola) con la consapevolezza di un “ladro” (di gloria/ ne ho avuta poca nella storia// di pianti/ ne ho pianti troppi, tanti// ed ho rubato un cuore, il mio). Sei protagonista nella vita ed il tuo cuore, quello che ride, piange, ama, vive, non puoi, non devi rubarlo.

Così, nella raccolta di poesie la rabbia iniziale si è trasformata in triste consapevolezza e consapevole tristezza.

Quella parte della storia, comunque migratoria, è stata raccontata in versi. Ci sono altri frammenti della stessa storia ed uno di questi è raccontato nell’Allunaggio di un immigrato innamorato. E spero di non aver rubato il cuore di qualcuno.

 

In Allunaggio di un immigrato innamorato citi diversi autori romeni, quali hanno influito sulla tua scrittura?

 

Tra i poeti, ma nessun romeno può farne a meno, Mihai Eminescu è stato il maestro di “emozioni in metafora”. Devo molto anche a Nichita Stănescu: mi piace chiamarlo “immigrato senza sconfinare” perché ha saputo tenere aperti i confini del proprio pensiero. Ho creduto ai racconti di mio padre sui contadini leggendo Liviu Rebreanu e Marin Preda. È accaduto nello stesso tempo anche il contrario. Ho amato questi romanzi grazie ai racconti di mio padre. Molto devo al romanzo di formazione di Mircea Eliade, alle sue Memorie, ma anche ai suoi studi sulle religioni. L’esperienza di Panait Istrati mi ha insegnato che scrivere in un’altra lingua è possibile nonostante – nel suo caso – “l’anima romena abbia preso a prestito una faccia francese”. Migrante tra i senza diritti ebbe il coraggio di denunciare crimini contro l’umanità, che spesso si nascondono sotto le mentite spoglie di qualche dichiarata e proclamata democrazia. E infine il percorso esistenziale di Emil Cioran. Diceva di se stesso: “niente di quello che ho detto durante la mia vita può essere separato da quello che ho vissuto. Non ho inventato nulla, sono stato soltanto il segretario delle mie sensazioni”.

 

Malgrado le affinità tra la lingua romena e l’italiana, finora non sono emersi molti scrittori, oltre a te mi viene in mente solo Ingrid Coman. Mentre dall’altra comunità maggiormente rappresentata in Italia, quella albanese, la cui lingua è molto diversa dalla nostra, sono emersi più scrittori e poeti.

 

Sicuramente gli scrittori romeni in Italia ci sono ma, la parola è giusta, non sono ancora emersi. Mi sembra di capire che per emergere non basti scrivere bene. Ci sono altri aspetti che consentono o agevolano l’emersione di scrittori migranti. Per quello che mi riguarda non mi sarei mai potuto permettere di pubblicare a mie spese. La casa editrice Besa ha creduto nella scrittura dei migranti, ne ha fatti emergere tanti, molti dei quali albanesi. E ha creduto anche nella mia scrittura, proprio quando l’esperienza negativa con un’altra casa editrice mi aveva inibito dallo scrivere per un po’ di anni. Allunaggio aveva vinto un premio per la letteratura dei migranti, e oltre al premio in denaro era prevista la pubblicazione. Ho atteso invano per anni che l’editore si facesse vivo con il premio. Nulla di fatto. Questo non giova alla scrittura e non giova all’editoria. Anche per questo sarò sempre grato all’editrice Besa per aver accettato la sfida di un progetto editoriale senza alcun contributo da parte mia.

 

Come vedi il ruolo della scrittura degli autori migranti in Italia?

 

Il migrante porta con sé narrazioni, ma per narrare non basta un narratore ci vuole anche un ascoltatore. I flussi migratori odierni ci costringono a incontrare altre persone e altre culture. L’integrazione passa attraverso il dialogo che utilizza un comune veicolo linguistico. E in un dialogo occorre parlare ed ascoltare. Parlando a chi ci ascolta raccontiamo e in questo racconto mettiamo tutto il nostro essere. Ci raccontiamo per farci sentire e conoscere. E siamo quanto abbiamo precedentemente sentito e conosciuto. Narrarci ci fa incontrare l’altro, ma, prima di tutto, noi stessi. Raccontarsi ci può fare stare se non bene, almeno meglio.

La letteratura è, di per sé, momento e strumento di educazione. Ed anche i migranti scrivono. Ma come potrebbe educarsi e educare l’immigrato? Raccontando se stesso. E raccontandosi cura la propria crescita e la propria maturazione laddove lo sradicamento culturale ha lasciato segni indelebili. Segni da rielaborare in chiave propositiva, anche attraverso la scrittura che assume una grande importanza nel percorso dei migranti. Scrittura in cui cala tutto l’essere del migrante e tutto il suo avere. Ed in romeno avere vuol dire “bene di fortuna” o “possedimento”: sogni, fantasia, emozioni, umanità, racconto, storia. Tutti questi “beni”, attraverso la scrittura, possono continuare ad esistere.

Ecco allora che può capitare ad un lettore di letteratura cosiddetta migrante di riuscire a scorgere in uno straniero la faccia nascosta della propria identità, riconoscendosi – anch’egli – straniero e ribelle agli eccessi della cultura consumistica.

Se poi qualche volta mentre si legge uno scrittore che scrive nella nostra lingua e che è altra dalla sua lingua madre e non sapendo che è uno scrittore migrante, pensiamo che ci si trovi di fronte ad un’ottima traduzione… allora forse si tratta, al di là dell’argomento, al di là di lingua madre o altra, di letteratura e basta. Dire che è migrante può risultare una precisazione, un approfondimento, non certo una discriminante.

 

Tu sei impegnato nella comunità romena, tra l’altro fai parte del comitato di redazione della rivista bilingue “Pensieri romeni”. Inoltre con il tuo lavoro di educatore sei quotidianamente a contatto con i giovani immigrati, come si riflette questo tuo impegno nella scrittura?

 

Spesso ricordo ai miei connazionali e ad altri stranieri che noi immigrati abbiamo una grossa responsabilità verso i nostri connazionali che arrivano e quelli che sono rimasti. Bisogna fare attenzione a come si racconta l’Italia e la propria esperienza migratoria. Tutte le volte che entro in contatto con la mia famiglia o con amici, per telefono o tornando a casa, io sto attento a quello che racconto. Inoltre, mi sono chiesto più volte che impatto avrebbe avuto quanto ho scritto sui lettori romeni. Tutto sommato credo che ci sia abbastanza equilibrio e onestà in ciò che racconto, anche al di là degli aspetti romanzati. Il mio romanzo non è una cronaca sociologica. Credo però che sia importante che l’Italia vada raccontata per quella che è non per quella che si vorrebbe o si è fraintesa. Molti arrivano in Italia sulla scorta di racconti falsi, spesso volontariamente distorti. Spesso non è l’amico che torna ma “la macchina” che torna, come quantificazione dell’esperienza migratoria e quindi scattano i sogni di ripetere la stessa esperienza. Se uno racconta favole è facile parlare di un’Italia idealizzata. Chi racconta dell’Italia come se fosse l’Eldorado crea illusioni e false attese e poi, inevitabilmente, delusioni. Chi torna spesso lo fa non tanto per tornare a casa, ma per far vedere che non è tornato a mani vuote. Ma così l’esperienza di emigrazione potrebbe portare soltanto “avere” a discapito dell’essere.

 

Quali sono i tuoi progetti futuri dopo la pubblicazione del romanzo?

 

Purtroppo il lavoro a turni mi consente di scrivere solo nei ritagli di tempo.

Per quanto riguarda la scrittura ho molti progetti abbozzati su vecchi diari. Dopo l’esperienza del concorso con la mancata premiazione, spero che la divulgazione di questo romanzo mi riporti la forza e la convinzione necessaria per riprenderli in mano ed evitare che rimangano percorsi incompiuti.

L’ho già detto altrove: mi piacerebbe poter rispolverare i progetti di scrittura del passato, riaprire i cantieri sospesi. Mi auguro che l’Allunaggio parli alle persone e con le persone e spero di avere altre occasioni per dire cose, sempre che gli altri mi facciano capire d’aver detto cose…

Allora non sarà l’ultimo romanzo.

 

 

(Sesto San Giovanni e Roma, settembre 2005)

Kúmá 11, aprile 2006
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