Max Mauro La
mia casa è dove sono felice. Storie di emigrati e immigrati
Udine
Edizione Kappa Vu
2005.
Lei non è del
Castello, lei non è del paese, lei non è nulla. Eppure
anche lei è qualcosa, sventuratamente, è un forestiero,
uno che è sempre di troppo e sempre fra i piedi, uno che vi
procura un mucchio di grattacapi, che vi costringe a sloggiare le
fantesche, che non si sa quali intenzioni abbia…
Franz Kafka, Il castello
Per
stessa dichiarazione dell’autore, questo libro è foucaultianamente
un libro-esperienza da contrapporre alle forme di libri-verità
e libri-dimostrazione: le storie raccolte da Max Mauro diventano
una struttura di accoglienza del reale; ci troviamo dinanzi a un
esempio particolarmente riuscito di alternanza tra poiein
e testimonianza. È un testo che conferma pienamente la complementarità
tra l’incremento progressivo di riflessività e l’estensione
della realtà testimoniata. E l’uso della parola testimonianza
è qui inteso non in accezione di segno, ma di sintomo e documento
e implica una serie di connessioni con le idee di responsabilità,
memoria e giustizia. Il libro
nasce da occasioni autobiografiche: Max Mauro è figlio di
migranti friulani in Svizzera e, inoltre, nel 1998 gli è
stata offerta l’opportunità di occuparsi di un notiziario
radiofonico multilingue, Tam Tam, rivolto alle comunità
immigrate. Ben collocato al centro delle due esperienze il Friuli,
storica regione mitteleuropea: come punto di fuga prima, come punto
di approdo negli anni più recenti. L’autore dichiara,
nella sua introduzione, di aver sentito la necessità di porre
i due fenomeni in una posizione interlocutoria, seguendo la ferma
convinzione che da questo dialogo a distanza e sfalsato temporalmente
possa nascere una più profonda e veritiera comprensione del
“vissuto di chi decide di lasciare il posto in cui è
nato e cresciuto per trovare miglior fortuna altrove”, quindi,
di esempi concreti di una stanzialità nello spostamento,
e, attraverso questi, l’impatto sulle comunità di partenza
e di arrivo e, potremmo dire kantianamente, sullo stesso senso comune
di identità nazionale monolitica. Fedele a queste linee guida
e a questa idea poetica, il testo si articola in un’alternanza
di quattordici racconti di storie della migrazione, di media e lunga
durata, dal e in Friuli, regione che diventa non il punto di osservazione
di un’analisi sull’emigrazione regionale, quanto piuttosto
un simbolo esemplificativo del fenomeno complessivo della migrazione
stessa, trattandosi della regione italiana maggiormente toccata
dall’emigrazione, in passato, e, dall’immigrazione,
attualmente. In un suo noto saggio, Alessandro Dal Lago mostra come
meccanismi sociali di etichettamento e di esclusione, impliciti
ed espliciti, facciano dei migranti degli esseri umani di seconda
categoria, delle non-persone. Max Mauro, raccogliendo le voci maschili
e femminili di protagonisti del dispatrio, compie un’operazione
di decostruzione e scardinamento di questo sottile meccanismo e
ci restituisce delle persone, appunto, e non il migrante
come un soggetto antropologico unitario. I quattordici capitoli,
quindi, raccolgono vissuti molto diversi; e, tuttavia, dalle storie
che leggiamo si dipanano dei fili che le annodano tutte. Innanzi
tutto, la ricerca difficile e dolorosa dell’accasamento sia
reale che metaforico: che si tratti di case occupate o acquistate,
del beccheggiare fra più lingue (direbbe Assia Djebar), dei
rapporti con gli stanziali. E ancora le motivazioni che sono
il sostrato del progetto migratorio, le aspettative e le speranze,
l’eventuale ritorno, avvenuto, sospirato o rifiutato. Ma la
questione che tutti questi racconti sollevano con urgenza è
politica in senso vasto e riguarda la legislazione sulla migrazione
delle democrazie occidentali e, nel caso specifico, dell’Italia.
Ci costringe una volta di più a riflettere sulle fortificazioni
innalzate dall’Occidente rispetto ai flussi migratori e sulle
contraddizioni di principio sottese dai nostri sistemi giuridici
che rispondono a una generica oscillazione tra il principio di uguaglianza
e il principio di diversità e a un’idea di migrazione
come patologia e non come presupposto e strato inalienabile dell’esistere.
Rossella
Rafele |