Kúmá/Intercultura
Alessandro Pannuti

 

 Cenni sugli italiani di Istanbul e sulla levantinità

 

Malgrado un rinnovato interesse per le comunità italiane nel mondo, connesso o non col nostro recente interrogarci sulle problematiche di immigrazione in Italia, gli italiani di Turchia e particolarmente quelli di Istanbul sono ignorati o addirittura del tutto sconosciuti [1] . E’ significativo quanto curioso che le conoscenze piuttosto approfondite del Levante e delle sue “colonie italiane” possedute in Italia tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo, in un’ottica appunto coloniale [2] , fossero incomparabilmente superiori a quelle contemporanee sul Medio Oriente turco e le sue “collettività italiane”; ciò nonostante troppi spropositi sull’eventuale ingresso della Turchia nell’Unione Europea affiancati da considerazioni che sembrano più attinenti al dibattito politico interno dei Paesi europei che al candidato.

In tale contesto si capisce che il termine “levantino”, dimenticatone il significato di discendente di un europeo stabilitosi in un porto del Mediterraneo orientale, proprio come dimenticato è il Levante, possa essere utilizzato, a quanto pare, perfino come improperio leghista contro i pugliesi. Quanto alle sue connotazioni insultanti, i leghisti non sono neppure originali: infatti furono gli scrittori-viaggiatori della fine ‘800-inizio ‘900 soprattutto francesi ed intrisi di orientalismo, quali Pierre Loti e Claude Farrère senza dimenticare il nostro Edmondo De Amicis [3] , a coltivare il proprio sarcasmo contro questi connazionali d’Oriente ed a far stingere l’astio della parola sui levantini stessi, che continuarono e continuano ad usarla ma solo riferita agli altri. Così la studiosa Nora Şeni spiega l’animosità degli scrittori europei, peraltro ricambiata dai levantini che pur li conoscono assai bene:

 

“Il levantino sta antipatico al viaggiatore del XIX secolo [...] Tondo tondo e mercantesco, dai capelli unti e appiccicaticci, privo di identità nazionale precisa, maestro nel maneggiare il bahscisc, è sprovvisto del carattere pittoresco e dell’autenticità di uno stambuliota musulmano. [...] Scimmiotta malamente i modi europei: non è insomma né abbastanza somigliante né sufficientemente esotico” [4] .

 

Ma, in realtà, è più opportuno parlare di italiani emigrati in Turchia, o di (italo-) levantini di Turchia, o magari di latini d’Oriente? Ovvero: perché, malgrado tutto, scegliamo ancora questo termine così connotato? Anzitutto perché è quello più diffuso tra i levantini stessi. Lasciamo da parte i “latini d’Oriente”, dotta definizione degli storici (ripresa soprattutto da quelli levantini, appunto) che si riferisce ai soli discendenti di genovesi e veneziani – ma anche di francesi, provenzali, maltesi, tedeschi – giunti a Costantinopoli all’epoca delle Crociate [5] . Ma fin dai primi contatti con questi italiani di Istanbul, ci si rende conto di tutta la vastità delle differenze tra questa comunità e quanto noto delle altre collettività italiane nel mondo. Non somiglia loro in nulla: né nelle ombre e verità vergognose rimosse, né nei pregiudizi o persecuzioni di stranieri (poco e male) accoglienti.

Del resto i levantini, soprattutto quelli che conoscono a sufficienza la cultura della penisola per essere al corrente delle caratteristiche dell’emigrazione italiana, hanno la risposta pronta per esprimere tutto ciò che li differenzia e li nobilita rispetto, oltre che agli altri emigrati italiani, anche a qualunque italiano “regnicolo” – cioè peninsulare – e in particolare a coloro che a Istanbul non sono nati ma arrivati in seguito – e dunque non “levantinizzati” – che essi chiamano con degnazione “italiani di passaggio”. Parleranno, e a ragione, dell’origine della comunità che risale alla Quarta Crociata (1204) e che è dunque la più antica colonia italiana al mondo, del fatto che essa fu anche la “Magnifica Comunità di Pera” fino al 1669 composta da aristocratici e da cavalieri; del suo arricchirsi di nuova linfa italiana nel XIX secolo grazie ai patrioti del Risorgimento, agli artisti e agli specialisti chiamati a lavorare al Serraglio; ricorderanno che i loro antenati, più che semplici commissionari cioè sensali, erano legati all’ambiente diplomatico di cui condividevano il lustro, il modo di vita fastoso, la cultura, aggiungendovi evidenti doti di poliglotti; che erano taluni ecclesiastici, con funzioni di governo civile oltre che spirituale della comunità, talaltri dragomanni, cioè intermediari tra i re e gli imperatori d’Occidente ed i sultani... Citeranno la loro conservazione e pugnace difesa millenaria di cultura e valori occidentali – anzitutto del Cristianesimo – di fronte all’Islam, e mostreranno come li coltivino tuttora, unitamente alla lingua italiana (nonché francese, nonché greca moderna). Illustreranno i quartieri di Pera (oggi Beyoğlu) e di Galata che hanno continuato ad abitare per secoli, e la loro letteratura è piena di “passeggiate” lungo quel Grande Viale, l’antica ‘Grand’Rue de Péra’ o ‘Cadde-i Kebir’, così ricco di storia e di miti, così cosmopolita, così teatrale e poi cinematografico sia di per sé che perché tali (ed altri meno encomiabili!) divertimenti vi avevano ed hanno sede privilegiata. Testimonieranno con accanimento ed orgoglio non retorico la “purezza” della propria italianità, a dispetto della meticcizzazione che li caratterizza soprattutto e che fu spesso rinfacciata loro, ostentando però nomi unicamente e tipicamente italiani, appellandosi al passaporto che solertemente rinnovano. Dimostreranno innegabilmente che, lungi dall’essere stati assimilati, rifiutano quasi tutti e quasi completamente perfino di integrarsi nella società turca, a tal punto che pretendono addirittura di non parlarne (bene o affatto) la lingua, anche se ciò non basta ad avvicinarli agli italiani, anche se li condanna invece all’isolamento più tragico, – sia dalla società che dal tempo in cui vivono – anche se la conseguente loro percezione della prematura fine della collettività costituisce una causa fondamentale della sua effettiva scomparsa, – vero e proprio suicidio collettivo simbolico – anche se di tale rifiuto sono ovviamente gli unici a patire.

Diranno tutto ciò, avranno in parte ragione... e restano tristi perché nostalgici: infatti i turchi non gli riconoscono più i loro antichi (ed immeritati) privilegi derivanti dalle Capitolazioni e ormai nemmeno più un ruolo sociale specifico, a partire dalla repubblica (1923) e dal suo nazionalismo, né li prendono più come modello visto che ormai il mondo sembra averne uno solo, di modello; nostalgici perché la loro comunità non esiste quasi più, ridotta a poco più di un migliaio di persone prevalentemente anziane, ora che le giovani generazioni, facilitate dal passaporto comunitario e dalle conoscenze linguistiche, hanno spopolato la Turchia; perché non esiste più nemmeno quel loro modo di vita caratteristico, che l’autore smirniota vivente Livio Missir di Lusignano ama definire “more nobilium”, secondo noi invece pseudocoloniale e mondano; nostalgici dell’ancien régime ottomano (e in parte anche europeo), nostalgici del kemalismo vissuto però da stranieri (quindi mal visti e vessati se non proprio perseguitati), nostalgici soprattutto del fascismo vissuto anch’esso dall’estero (quindi senza dittatura, senza guerra mondiale, senza elaborazione della sua fine); nostalgici e tristi, infine e anzitutto, perché gli italiani non hanno mai riconosciuto loro alcuna superiorità ed anzi hanno spesso fatto fatica ad accettarli, dando loro perfino del “turco”, – massimo, irreparabile affronto alla stirpe nei secoli, oltre che al singolo – malgrado i levantini abbiano sempre, spasmodicamente, aspirato a condividere il destino dei peninsulari, come estremo rimedio ad un’insanabile patologia identitaria.

L’autorappresentazione levantina della comunità italiana di Istanbul esposta poc’anzi è totalmente veritiera? Storicamente no, certo. Veniamo ora dunque ad una versione (il più possibile e criticamente) non “levantinizzata” della comunità.

L’origine è vera, com’è pure evidente che la conservazione della comunità, il suo isolamento (ovvero mancanza/rifiuto d’integrazione, o magari segregazione?) sono stati resi possibili per tanti secoli grazie ad un sistema socio-giuridico che, seppure ereditato per contingenze storiche da Bisanzio, fu adottato e sviluppato dall’impero ottomano, che ne diede un fondamento giuridico nelle Capitolazioni rimaste in vigore fino alla sua fine. Leggiamo dal Transunto delle Capitulationi di Sultan Mehmet con li Perotti, stipulato per primi con i latini appunto, il 2 giugno 1453, appena quattro giorni dopo la conquista:

 

“Essendo al presente comparsi gl’Ambasciatori Ballatan Pallavicino e Marchio de Franco con l’interprete loro Patritio per parte del Popolo e della Nobiltà di Pera, et in segno d’amicitia mi presentano la chiavi della terra loro, e fattisi sudditi e sottoposti a me, così ancora io con tal conditione gl’accetto che possino vivere, reggersi e governarsi sì come per il passato hanno fatto, senza ch’io vadi con l’esercito mio ad occupare in rovina loro la terra” [6] .

 

La teocrazia ottomana concesse dunque alle minoranze non musulmane, oltre alla libertà di culto, un’autonomia amministrativa ed anche giudiziaria molto ampia; favorì la loro immigrazione e la prosperità dei quartieri che sorsero intorno a chiese, conventi [7] , consolati, più tardi di scuole, ospedali, circoli mondani europei. Riconosceva ai loro capi religiosi – arcivescovo, gran rabbino, patriarchi – il rango di ministri dell’impero presso la Porta, che permetteva loro di governare e di amministrare la giustizia sulle rispettive comunità religiose (dette “millet”, tradotto con “nazioni” [8] , tra cui la “millet-i Lâtin”, cioè “nazione (cattolica) latina”), finché con l’affermarsi degli Stati-nazione in Europa i Consolati non sono subentrati alle autorità religiose come responsabili sui propri concittadini, soprattutto tramite i tribunali consolari.

Non può sfuggire la “modernità” di tale sistema socio-giuridico, intesa come tolleranza ed accoglienza dell’elemento altro, né il ribaltamento rispetto all’ottica dell’integrazione/assimilazione che anima (pur con le sue diverse varianti nazionali) gran parte degli Stati occidentali contemporanei rispetto ai loro immigrati soprattutto musulmani [9] . Ne risultò lo sviluppo ed il rigoglio di una cultura, anzi di una civiltà totalmente originale ed unica nella storia. La civiltà nata dall’isolamento e dalla prosperità secolari di un gruppo plurietnico, fondamentalmente di origine europea, con continui apporti demografici e contatti commerciali, politici, religiosi, culturali con le madrepatrie, ma al contempo beneficiario delle eredità delle civiltà cristiano-anatoliche (armena, caldea, siriaca ecc.), sefardita, e soprattutto bizantina-ortodossa e ottomana-musulmana, è ciò che definiamo “levantinità”, e costituisce senza ombra di dubbio il carattere più importante della comunità (numericamente la più cospicua) degli italo-levantini [10] . La levantinità si fonda su alcuni pilastri che ci accingiamo ora a vedere, ma soprattutto si è espressa: ha sviluppato come importantissimo mezzo espressivo una vasta mitologia che ricopre tutta la sua estesa cultura, nonché – nel XX secolo – una interessante letteratura.

Il primo pilastro della levantinità, per la sua importanza sociologica e identitaria, risiede nella religione cristiana, non solo difesa come fede o patrimonio storico ma piuttosto come fattore di identità e di distinzione sociale. Il “millet” ottomano era una questione di religione, e tuttora alcuni levantini anziani (e fortemente meticci) dichiarano di sentirsi più appartenenti, come identità collettiva elettiva, alla comunità cattolica che a una qualunque cittadinanza (occidentale). Va notato che il cattolicesimo levantino è al contempo piuttosto conservatore, restio ad accettare le riforme del Concilio Vaticano II (in particolare le messe in turco oltre che in italiano e in francese invece che in latino), ed ecumenista, abituato a convivere con la miriade di Chiese d’Oriente minuscole e frazionate e magari a sentire occasionalmente una messa armena o a condividere, in orari diversi, un edificio ecclesiastico con i siriaci. E’ inoltre interessante ricordare quanto il passaggio da un’identità collettiva fondata sulla religione a quella fondata sulla cittadinanza (per definizione tendenzialmente unica e esclusiva, salvo i casi modernamente ammessi di doppia nazionalità), che anche in Europa è stato provocato relativamente di recente dalla tempesta napoleonica, sia stato tardivo e traumatizzante per i levantini. Ha richiesto il travaglio di due guerre: quella di Libia del 1911, che per la prima volta ha reso i levantini “nemici” dei turchi, e la Prima guerra mondiale, che per la prima volta li ha resi nemici anche gli uni degli altri, obbligandoli a scegliere una nazione (europea) e ad andare al fronte per essa.

Il secondo pilastro è il carattere meticcio della levantinità. La comunità essendo definita su base religiosa, l’endogamia riguardava il cristianesimo, ma non la cittadinanza, sicché fin dall’inizio la genealogia levantina ha visto una meticcizzazione tra tutti gli ex europei, italiani, francesi, austriaci, maltesi, ecc., comprese tutte le migrazioni continue dall’Europa, che benché possedessero un’identità collettiva etno-nazionale chiara, si “levantinizzavano” per matrimonio nell’arco di una generazione. Perfino ex persiani armeni convertiti al cattolicesimo nel XVI secolo, come gli antenati di Livio Missir di Lusignano sopra citato, erano ipso facto latini. Se è vero che i levantini non si sono integrati con la maggioranza turca, si ricordi invece che essi erano integratissimi – anche a livello urbanistico – con le altre minoranze ottomane: fin dai primissimi anni della levantinità e tuttora, tipico era il matrimonio di un levantino con una donna greca; alla prole veniva dato il nome e la religione del padre, ma la lingua della madre. Un po’ più rari erano i matrimoni con gli ebrei, soprattutto sefarditi venuti a Costantinopoli dalla Spagna nel 1492, ma anche ebrei italiani arrivati in diverse epoche per commercio, soprattutto livornesi (talora passati da Salonicco). Decisamente più rari quelli con gli armeni, che preferivano l’endogamia stretta e, provenendo spesso dall’entroterra orientale anatolico, dalle stesse regioni dei curdi, erano socialmente screditati presso i levantini. Quanto ai matrimoni con i turchi, sebbene siano sempre esistiti e siano diventati ormai piuttosto “normali” nell’ultima scarsissima generazione superstite, per secoli sono stati rarissimi e rimossi, tanto da rimanere un vero tabù nella mitologia levantina, una ragione di ostracismo dalla comunità, un rinnegamento peggiore di una tara ereditaria. Da ciò si intuisce che, specialmente nei primi decenni del ‘900 in cui i neoimmigrati dall’Europa erano più numerosi (e la comunità italiana contò il suo massimo storico: 13-15 mila membri nel 1932), si verificò una “gerarchia dei partiti” di estrema forza coercitiva tra i levantini: i migliori partiti erano connazionali d’Europa (cioè ad es. mariti italiani d’Italia), al secondo posto non connazionali ma sempre europei, al terzo posto levantini, al quarto posto membri delle altre minoranze appunto; anomali ma annoverati furono i casi di ratti e di fughe d’amore con turchi, di rimpatri voluti od imposti solo per impedire matrimoni misti...

Il terzo pilastro è il multilinguismo levantino. La levantinità si manifesta esteriormente anzitutto nella pratica quotidiana e corrente di quattro lingue: l’italiano, il francese, il greco e il turco. Ciascuna fa parte del patrimonio dell’ambiente levantino, ed è stata dunque appresa fin dalla nascita, e consolidata dall’istruzione prevalentemente presso le scuole e il liceo italiani (IMI) o quelli francesi dei religiosi [11] . Storicamente l’italiano fu la lingua levantina per eccellenza, come è attestato nel ‘600 e come abbiamo dimostrato fino al 1838 [12] . Per secoli, esso fu tramandato dai frati, quasi tutti venuti dall’Italia, tramite le scuole parrocchiali. Invece l’istruzione laica in italiano risale solo al 1861, e l’apertura delle “Regie Scuole elementare e media” è del 1888, per accanita insistenza dei levantini stessi [13] . Invece dal 1870 circa, in concomitanza con il predominio della cultura francese e l’affermarsi dei licei religiosi francesi nel Levante, fu questa lingua a soppiantarlo. Perciò – altra caratteristica unica della levantinità – la letteratura levantina, prodotta quasi unicamente da italo-levantini nel XX secolo, è sì italiana ma in lingua francese [14] . Possiamo dire che nell’epoca d’oro della levantinità (1880-1930) esisteva una gerarchia sociolinguistica fra tali quattro lingue, simile a quella che abbiamo chiamato “gerarchia dei partiti”: il francese era la lingua chic, quella della société e della cultura, quindi anche lingua letteraria; l’italiano (frattanto imposto con metodi alquanto bruschi dal fascismo) era quella degli affari e dei commerci, talora promossa anche dalle conferenze della “Dante Alighieri”, dal teatro e dall’opera lirica; il greco, conformemente con la condizione sociale di gran parte dei membri di tale minoranza, era la lingua dei domestici, dei piccoli commercianti ed artigiani rionali, e perciò anche la più diffusa; il turco, ai levantini capitava eventualmente di parlarlo (quando lo sapevano) solo con gli agricoltori dell’Anatolia, poiché anche i turchi che avevano bottega a Pera possedevano modeste conoscenze di “lingua franca” che era un miscuglio delle precedenti. In tale contesto, tra le molte parole sardoniche e paternalistiche che De Amicis, nel diario di viaggio ricordato, spende appunto sull’italiano dei levantini, vediamo cosa egli intenda per “lingua franca”:

 

“[... Gli italiani nati nella colonia parlano] quella così detta lingua franca, la quale, come disse un bell’umore francese, consiste in un certo numero di vocaboli e di modi italiani, spagnuoli, francesi, greci, che si buttano fuori l’un dopo l’altro rapidissimamente, finché se ne imbrocca uno che sia capito dalla persona che ascolta.

Questo lavoro, però, occorre raramente di farlo a Pera e a Galata, dove un po’ d’italiano lo capiscono e lo parlano quasi tutti, compresi i turchi. Ma è lingua, se si può chiamar lingua, quasi esclusivamente parlata, se si può dir parlata” [15] .

 

Oggi i levantini conoscono tutti il turco (imparato obbligatoriamente in qualunque scuola) per quanto non sempre lo ammettano, lo usano anche spesso nel luogo di lavoro, ma a casa in maggioranza dichiarano di parlare francese (e non italiano) [16] , il quale non avendo più alcun valore comunicativo né sociolinguistico insostituibile, sembra possedere piuttosto una valenza identitaria di conservazione entro le mura domestiche.

La mitologia levantina possiede una ricchezza di temi e di orizzonti culturali veramente stupefacente, frutto di un’accumulazione di secoli e di una stratificazione di varie civiltà. Invero comprende l’intera autorappresentazione di una comunità che è sempre stata ben consapevole della propria originalità e del proprio valore, e che ha avuto modo di esprimerla a un pubblico vasto come quello occidentale nell’ambito dell’orientalismo. Perfino alcuni “Italiani di passaggio” che hanno scritto sui levantini ne sono stati fortemente influenzati – od ostracizzati quando vi si siano opposti [17] . I temi della civiltà levantina ripresi dalla mitologia spaziano dalla storia – dai Giustiniani sovrani di Chios, ai rifugiati russi bianchi a Istanbul (1917-1921) – alla gastronomia, dagli “animali ed i Latini”, “la donna”, studiati da Livio Missir di Lusignano – alla Prostituzione a Beyoğlu titolo di un saggio di Scognamillo, ma soprattutto una miriade di riferimenti letterari dall’opera di Ghiselin de Busbecq del 1553, al poeta levantino (vittima della Rivoluzione francese) André Chénier, a Loti e all’insieme della narrativa orientalista francese su Istanbul fino agli anni 1950 ed oltre. In un recente articolo [18] , abbiamo cercato di approfondire le sfaccettature della mitologia levantina come elaborazione delle categorie che Carlo Tullio Altan usa per definire “il sentimento chiamato identità etnica”, ossia: “la memoria storica esaltata come valore – epos”, “l’insieme dei costumi e delle norme di vita in comune – ethos”, “la lingua che parla – logos”, “i rapporti di parentela – genos”, “il territorio – topos”. Ciò basti a ribadire che la selezione di temi, il loro ricomparire periodico sotto forma di narrazioni orali ben oltre quanto possa essere veridico in termini di storici, – come ad es. i miti “dell’arrivo” a Istanbul fra cui quello del veliero o dell’invito a lavorare al Serraglio – sono procedimenti che hanno interessato ogni aspetto dell’autorappresentazione levantina.

Veniamo ora agli scrittori levantini. Nella nostra tesi limitata agli italiani ed al XX secolo, ne abbiamo scelti quattro – due scomparsi e due viventi – secondo il criterio dell’abbondanza e della significatività della produzione, o di quanto ne è oggi reperibile: Willy Sperco, Angèle Loreley, Livio Missir e Giovanni Scognamillo.

Willy (Guglielmo) Sperco (1887-1978), di antica origine genovese-latina di Chios, fu “il più levantino” dei nostri letterati: agente marittimo, giramondo e giornalista “pettegolo” per tre quarti di secolo, incarna una sintesi tra l’orientalismo di un occidentale e il progressismo di un turco della sua generazione. Tra i suoi scritti sulla levantinità che egli difendeva con fierezza contro Loti e Farrère, primeggia l’opera Les anciennes familles italiennes de Turquie: una ricerca ricca di citazioni, introdotta da un racconto del viaggio all’isola di Chios intrapreso per studiarne gli archivi. Ripercorre la storia dell’isola dal 1125 nonché quella delle altre isole latinizzate dell’Egeo, aggiungendo lunghe pagine di elenchi dei cognomi delle famiglie italiane rinvenute; nella conclusione descrive la vita della colonia di Costantinopoli nel XVI secolo. Altro aspetto della sua levantinità consiste nella nostalgia dell’ambiente levantino (in Istanbul indiscret e Turcs d’hier et d’aujourd’hui): nostalgia di Beyoğlu coi suoi palazzi e la sua vita sociale tra il XIX sec. e Atatürk; dell’occupazione alleata di Costantinopoli e delle profughe russe (lui notò solo le donne, appunto...) come apogeo di un cosmopolitismo di cui sottolinea l’aspetto frivolo e mondano; delle “passeggiate” nei luoghi di villeggiatura levantini; delle “feste in Turchia”. L’orientalismo di Sperco, talora contraddittorio e rinnegato (cfr. L’Orient qui s’éteint), è soprattutto una questione stilistica: i suoi temi sono ancora Costantinopoli nel XVI sec., con numerose citazioni erudite da fonti occidentali dell’epoca, come usa il nostro autore, riguardo le donne, gli schiavi, la vita degli stranieri, gli hamam, la cucina, i serragli dei sultani, comprese le loro evoluzioni all’epoca contemporanea, gli harem che ci mostrano, in diverse opere, approcci multipli all’orientalismo, in particolare l’harem imperiale (cfr. anche Roxelane, épouse de Süleyman le Magnifique). Infine l’orientalismo letterario di Sperco appare nel suo Istanbul paysage littéraire di cui la prima parte esamina le circostanze biografiche dei soggiorni in Turchia degli scrittori francesi dal 1800 al 1955, e la seconda è costituita da un’antologia di 19 tra i loro testi, da Chateaubriand a Jean Cocteau. Il progressismo di Sperco, invece, non è un manifesto politico od artistico, ma consiste nell’approvazione delle trasformazioni modernizzatrici della Turchia, indirizzata specialmente agli occidentali ignari o sprezzanti; è anche la testimonianza di uno spettatore delle riforme politiche attuate in molti paesi d’Oriente. I suoi temi sono spesso ricordi relativi ad Atatürk, ed altri opposti e speculari ai temi orientalisti e nostalgici: la condizione della donna turca moderna, i riassetti urbanistici degli anni ’30, Ankara capitale come antiemblema di Costantinopoli. Ma Sperco ha scritto anche una biografia di Mussolini ed un libro-inchiesta sull’Italia dell’immediato secondo dopoguerra. Due campioni dei suoi scritti giornalistici, presi a 30 anni di distanza l’uno dall’altro, rivelano i tratti immutati della penna del cronista: la frivolezza e l’umorismo, in particolare nelle “Chroniquettes” del Journal d’Orient firmate con lo pseudonimo di Jean de Peyrat. Vi si trova tra l’altro una novella pubblicata a puntate (“Iro l’Athénienne”), storia d’amore tra un imprenditore italiano e una greca all’epoca della guerra tra i due Paesi, con epilogo patriottico; un’evoluzione interessante dell’autore, dalla vicinanza all’abbandono del lato futurista (marinettiano) del suo progressismo; soprattutto articoletti umoristici di cui alcuni in “multilingua” cioè ironizzando sulla “lingua franca” levantina.

Lo pseudonimo Angèle Loreley (nei registri consolari: Angela Ruta, oriunda salernitana – 1894-1975) è indissolubilmente legato al Journal d’Orient di cui fu redattrice-capo insieme a suo marito (Albert Karasu, ebreo neocittadino francese ma ex alunno del liceo italiano) che ne era fondatore e proprietario, fino alla chiusura del giornale nel 1971. Tale quotidiano francofono di Istanbul aveva un’impostazione che, pur non essendo specificamente orientata verso le minoranze in Turchia, rifletteva l’interesse dei lettori soprattutto europei ed occidentalizzati, i cui orientamenti politici conservatori e la cui levantinità si notano senza ambiguità negli articoli di terza pagina e nelle cronache mondane perote appunto della Loreley. La scrittrice ci ha lasciato soprattutto numerose poesie nelle colonne del Journal: si dichiara avversa al romanticismo di Anna de Noailles e si rivela in più occasioni fortemente ispirata a D’Annunzio; la sua poetica si trova espressa in La mort du poète e tra le altre poesie introspettive citiamo Qui de moi (1938); i suoi sguardi sulla natura sono più frequenti dei paesaggi istambulioti, ma talora Loreley trae ispirazione dalle drammatiche circostanze storiche a cui assiste: per es. J’ai vu mourir une rose fu scritta in Spagna sul fronte della guerra civile, Ressonnez l’espérance in occasione del Natale del 1945; talvolta si riscontra una felice ricerca di originalità stilistica (cfr. Il pleut del 1949). Nella sua produzione narrativa, riserviamo un posto particolare a Les derniers Levantins, unica espressione romanzesca di un personaggio-eroe levantino, che costituisce un distillato dell’intera mitologia orale levantina sulla propria identità: si tratta del primo e solo volume dattiloscritto di un progetto di trilogia, redatto tra il ’32 e il ’35 in cui si trovano, tra gli altri miti dell’autorappresentazione, la problematica dell’appartenenza nazionale (francese o italiana) dell’eroe (Foulques), il suo ambiente dell’infanzia, la fine dei levantini (tema quindi già presente negli anni ’30), i miti dell’origine, il malessere del ritorno in Italia, la superiorità morale e di ceto dei levantini e la loro nobiltà, l’eroismo durante la Prima guerra mondiale. Il tema dominante anzi onnipresente negli altri romanzi e novelle della Loreley è la critica delle convenzioni sociali del suo ambiente per la loro superficialità, ipocrisia, avidità, vanità [19] . Autour des tables de bridge, unico suo romanzo pubblicato (1941) è una satira cinica e feroce di diverse centinaia di personaggi levantini e stranieri soprattutto femminili: sprovvisto di trama, pare evidente che il racconto fosse composto interamente da ritratti di persone reali, compresa l’autrice stessa. Altri esempi di critica sociale non esplicitamente levantini sono le novelle Les Désarticulés (1937), Apparence (1938), L’Affolement (1963). Rileviamo inoltre due raccolte inedite di novelle, trovate insieme a Les derniers Levantins ed intitolate Esquisses – composta soprattutto di paesaggi di luoghi, e Les Masques de l’âme, che racchiude brani intimi da diario. Come giornalista, questa viaggiatrice instancabile scriveva spesso anche reportage a puntate dei suoi numerosi viaggi all’estero. Ci interessano soprattutto in quanto rivelano gli orizzonti geografici levantini (le mete visitate) e lo sguardo (soprattutto politico) presentato. Ad es. nel suo ultimo reportage L’Europe angoissée de 1970 si legge tutto il suo aspro disappunto sia contro la Turchia diretta verso l’arretratezza che contro la Francia in crisi economica e l’Italia delle contestazioni e degli scioperi: non ha parole d’elogio che per la Grecia dei Colonnelli... Altri servizi precedenti rivelano un’ammirazione senza riserve dell’Italia fascista, un odio altrettanto incondizionato contro il nazismo, l’antisemitismo, il comunismo dei Paesi dell’Est, una dura critica contro la Francia dell’esistenzialismo, una scarsa comprensione ovvero una difficoltà di mettere a fuoco la politica italiana postbellica, in particolare la posizione della Democrazia Cristiana e il problema del Mezzogiorno. Anche in questi servizi d’attualità, l’autrice è però influenzata dalla mitologia levantina riguardo alla visione delle patrie mitiche: Italia, Francia, Spagna ed Europa centrale (per gli ebrei), Grecia. Come responsabile della terza pagina e delle cronache mondane, Loreley gioca il suo ruolo prediletto di poetessa ed intellettuale di Beyoğlu: verso la fine della vita del quotidiano, si occupa ancor di più della “buona società”, probabilmente per mancanza di redattori, e nel 1971 scrive l’ultimissima cronaca giornalistica delle mondanità levantine, visibilmente ancora frequenti e frequentate, malgrado i sintomi inequivocabili del declino.

In Livio Missir di Lusignano, discendente di una famiglia latina aristocratica smirniota, vivente in Belgio e che ha fatto carriera nelle organizzazioni internazionali, troviamo un saggista che, per mezzo della storia, del diritto, della religione, della genealogia, opera una “trasfusione del suo essere nelle lettere”. Tuttavia il suo ambito di ricerca è più limitato del nostro: l’aristocrazia latina di Smirne; ci occuperemo perciò solo dei suoi lavori di storia latina e di quelli sul cristianesimo e sull’ecumenismo, trascurando in questa sede la grande mole dei suoi studi araldici e genealogici. I suoi testi storici hanno per oggetto i latini, – ed infatti Missir rifiuta il termine “levantino” – il sistema giuridico ottomano già citato ed anche il passaggio dall’identità religiosa alla cittadinanza straniera, tramite lo status di “protetti stranieri”, ottenuto a volte anche a titolo oneroso, che si trasformò in nazionalità piena col Trattato di Losanna del 1923. Temi specifici della storia latina studiati dall’autore comprendono: l’isola di Chios, trattata in modo più dettagliato di quanto avesse fatto Sperco, in particolare riguardo alla sua presenza cattolica e alla letteratura in lingua “frangochiotika”; importanti sono pure i suoi contributi sulla storia della comunità italiana di Smirne, di cui abbiamo svolto un’analisi comparativa con Istanbul, notando principalmente le seguenti diversità: l’inversione del rapporto numerico tra italiani ex latini e immigrati successivi dall’Italia, la loro diversa provenienza, il diverso profilo sociale e professionale (più modesto a Istanbul), la differenziazione sociale ed il carattere di notabili in riferimento alla latinità (a Smirne) o all’italianità (a Istanbul), i rapporti confessati o negati con il fascismo, l’evoluzione demografica intervenuta a seguito di eventi storici peculiari di Smirne (incendio doloso del 1922, migrazione verso Rodi nel 1932, insediamento di una base militare NATO nel 1952). Dei numerosi scritti di genealogia, come anticipato e pur non rendendo forse piena giustizia all’autore, traiamo solo certe nozioni generali sull’italianità dei latini – esprimendo una forte critica al suo concetto di “italiano d’impero” – nonché sui criteri specifici della loro aristocrazia: non il possesso di terre ma un criterio economico o diplomatico o ecclesiastico unito al modo di vita nobiliare. Rivestono invece per noi particolare interesse gli articoli in cui abbozza la civiltà latina per mezzo di esempi salienti come “l’ambiente sacrale”, la Weltanschauung (concezione del mondo) dei latini, la tradizione, l’Europa intesa come “esilio mitico”, l’animale, la donna, “l’altro, lo straniero”. Infine, soprattutto nei suoi saggi giovanili, Missir ha dedicato molta attenzione al cristianesimo ecumenico, a causa dell’importanza del carattere politico della religione nell’ambiente post-ottomano, dell’interesse identitario che l’autore gli attribuisce, nonché dell’originalità di questo universo la cui caratteristica più sorprendente è la frammentarietà, che sembra riflettere l’evoluzione della geopolitica orientale della Chiesa (di Roma) dal tempo degli Apostoli fino a oggi.

Giovanni Scognamillo è soprattutto uno scrittore di cinema, studioso di letteratura fantastica e specialista di Beyoğlu, che egli fonde con la levantinità a causa del suo approccio di topografia storica applicata ad essa. La sua originalità risiede prevalentemente nella sua polemica con i levantini sui temi dell’integrazione, della nostalgia, della genealogia. Dai suoi scritti emerge un Beyoğlu al contempo più realista e più fantastico, essendo quest’ultimo tratto sempre presente nell’autore. Quanto alla sua carriera di scrittore, essa appare tanto rocambolesca quanto gli argomenti da lui trattati. La principale fonte che abbiamo studiato sono le due versioni delle sue Memorie di Beyoğlu di un levantino (1989 e 2002) le quali, con le loro differenze, contengono sia ricordi levantini che del quartiere. Di esse segnaliamo il capitolo “Una busta con la scritta ‘Documents’” in cui ciascuna delle carte di famiglia è un emblema dell’identità levantina; le “passeggiate” a Beyoğlu, già incontrate in Loreley, sono, nelle due opere, testi di decine di pagine ciascuno che aspirano a essere più esaurienti possibile specialmente riguardo i negozi di proprietà di membri delle minoranze: siamo nel cuore della topografia storica, e i racconti levantini vi trovano il proprio spazio; poi la levantinità è posta in relazione con le letture dei levantini di altri tempi, ed il fascismo, specialmente in relazione coi ricordi d’infanzia dell’autore e con quelli di suo padre; un punto altrettanto delicato è il ricordo dei saccheggi antigreci e antioccidentali del 6-7 settembre 1955, citati senza risentimento né giudizi di valore (che del resto sono resi totalmente superflui dalla forza delle descrizioni); la religione ed i viaggi, soprattutto in Italia, sono anch’essi trattati in modo totalmente originale ed antitetico con la mitologia levantina; infine scopriamo il vero significato del suo quartiere per l’autore: un oggetto di analisi e un luogo di sortilegio, insomma un palcoscenico o un set cinematografico...

Le sue ricerche su Beyoğlu comprendono: Il cinema a Cadde-i Kebir, saggio la cui tesi è che il nesso tra il cinema turco e Beyoğlu non è stato fortuito, poiché sia la produzione che il pubblico provenivano dallo stesso ambiente ed il cinema ha costituito il seguito logico della concezione del quartiere come “centro di piaceri ‘alla franca’”. La prostituzione a Beyoğlu si situa nella medesima concezione: l’opera così intitolata esamina la grande varietà di divertimenti – soprattutto mondani e lungi dall’essere unicamente sessuali – testimoniati dalle fonti storiche fin da Bisanzio. In ques’opera appare anche il concetto di “retro di Beyoğlu”, spazio urbano e sociologico in contrapposizione con lo “scenario del Viale” e caratterizzato dal mistero. Quest’ultimo costituisce l’oggetto de I misteri di Istanbul, pubblicato anche in italiano in edizione ridotta rispetto all’originale, che ripercorre i soggiorni degli occultisti occidentali nella metropoli del Bosforo dal XIII sec., e cerca di svelarne gli scopi occulti. Va notato che sui temi della letteratura fantastica, dell’occulto, dell’orrore, fantascienza, esoterismo ed i loro corrispondenti cinematografici, di cui non ci siamo affatto occupati, Scognamillo è uno specialista fin da un’epoca in cui lo si poteva considerare un pioniere in Turchia. Tornando invece ai nostri interessi, egli ha inoltre pubblicato circa trenta articoli non narrativi sul quartiere e tra le sue ultime pubblicazioni si annovera una bibliografia di oltre 360 titoli accompagnata da una corrispondente cronologia di Beyoğlu dalla preistoria al 2000. I testi di finzione ambientati in questo quartiere sono invece ancora sorprendentemente frammentari.

In conclusione vorremmo soffermarci su un argomento di grande importanza ed anche, direi, di tragica attualità: la trasmissione della levantinità. Come già anticipato, la levantinità impregnò totalmente la comunità, formandone la cultura e l’auto-rappresentazione; fin quando essa è stata vivente ed attiva, è stato impossibile sottrarsi alla sua influenza a chiunque si accingesse a intraprendere la descrizione della comunità degli italiani di Istanbul. La trasmissione si può definire “levantinizzazione”, ed avveniva per nascita, all’interno di un ambiente così peculiare, e per acculturazione fin dall’infanzia. Ricordiamo inoltre che grazie proprio a quell’ambiente, al livello di ricchezza ed all’accumulazione culturale raggiunti dalla comunità levantina al suo apice (prescindendo ben inteso sia dai lunghi secoli di declino precedenti la fine dell’800, sia dai decenni successivi al 1930), ci si poteva aspettare una fioritura culturale ancor maggiore di quella che è effettivamente avvenuta. La levantinità, ipotizza Scognamillo, era anche una questione di letture, di esposizione alle culture ed alle letterature di diversi Paesi europei: i levantini avevano a disposizione librerie con tutte le novità editoriali e di stampa di tutt’Europa, ed erano generalmente accaniti lettori, oltre che viaggiatori e mercanti. Gli autori levantini, pur nella loro individualità, si situavano all’interno della levantinità, ma in un rapporto biunivoco: se ne nutrivano ma anche la alimentavano.

Invece ormai i levantini sono incapaci di rendere vitale la levantinità: la levantinizzazione non si verifica più, e la cultura accumulata in tanti secoli non appartiene ormai che alla memoria di qualche anziano. Scorrere la rivista della comunità degli anni 2000, La Gazzetta di Istanbul, ha costituito la migliore prova a contrario che la levantinizzazione non avviene più: perché vi si trova recensito l’ultimo romanzo di Coelho invece che annotato l’antico volume di Ghiselin de Busbecq? Perché non si chiede a Scognamillo di scrivervi, ed invece le rare volte che compare un articolo sulla levantinità (riscoperta accidentale e parziale, ma piena di stupore, di qualche antica conoscenza) le informazioni sono lacunose e spesso inesatte? Come mai abbiamo di fronte, obiettivamente, una gazzetta di qualità pari a un giornalino da liceo italiano all’estero?

Ovviamente la levantinizzazione per nascita non può più avvenire perché le nuove generazioni sono assenti; per giunta l’ambiente cosmopolita, multilinguistico e multietnico di Beyoğlu è ormai scomparso, forse proprio con i saccheggi del 6-7 settembre 1955, epilogo della xenofobia e dell’ultranazionalismo della Turchia repubblicana. Eppure ci sembra altrettanto evidente che parte della colpa risieda anche nell’errata percezione della fine dei levantini – abbiamo visto che già Loreley ne parlava negli anni ’30, cioè nel momento di massima presenza degli italiani a Istanbul. I nuovi italiani che continuano ad arrivare in Turchia soprattutto per soggiorni professionali limitati non si levantinizzano più, non frequentano neanche più i levantini – che si isolano nella propria sicumera, indispettiti dal fatto di non essere più “riconosciuti”; i nuovi arrivati non apprendono né le lingue (e d’altra parte a cosa servirebbero loro?) né le vestigia antiche, non conoscono gli autori levantini e talvolta dubitano perfino della sopravvivenza della vecchia colonia. Nessun nuovo membro terrà ancora a lungo aperta la sede della Società Operaia, né custodirà i suoi cimeli mazziniani e garibaldini. Vale a dire che la percezione errata e prematura della fine della comunità ha determinato anche la sua effettiva cancellazione, e senza levantinità risulta che nessun altro legame è in grado di unire tra loro gli italiani di nuova residenza (tanto meno di unirli coi levantini) per farne una collettività: i futuri italiani ad Istanbul saranno insomma condannati a rimanere, come li qualificano i levantini con tracotanza, “italiani di passaggio”, “lost in translation...

 

 

 

Note



[1] Gli Atti della Prima Conferenza degli Italiani nel Mondo – Roma, 11-15 Dicembre 2000, Roma, Adnkronos, 2002, comprendono anche un CD-Rom con una rappresentazione cartografica delle comunità italiane nel mondo e la relativa consistenza numerica. La Turchia non vi compare neppure, benché alla conferenza fossero presenti due delegati di questo Paese: uno da Istanbul, uno da Smirne, i cui interventi sono pubblicati negli Atti. Così pure nell’analoga cartina presente nel sito internet del Ministero degli Italiani nel Mondo nel 2004. Uno degli intervenuti al convegno internazionale Altreitalie della Fondazione Giovanni Agnelli (Torino, 29-30 marzo 2004) ha perfino affermato che l’intera colonia genovese e veneziana di Galata fu espulsa dai turchi con la presa di Costantinopoli nel 1453…

L’unico accademico italiano che si sia parzialmente interessato alla questione, invece, è per ora il prof. Francesco Surdich (Università di Genova): cfr. “Nel Levante”, in: Bevilacqua, P. – De Clementi, A. – Franzina, E. (a cura di), Storia dell’emigrazione italiana – Arrivi, Roma, Donzelli, 2002, pp. 181-187.

[2] Ci riferiamo a Emigrazione e colonie, a Oriente moderno (prima serie: 1921-1949), a tutto un genere saggistico detto “monografie coloniali”, tra cui spiccano per qualità: Mori, A., Gli Italiani a Costantinopoli (1906) e Zaccagnini, G., La vita a Costantinopoli (1909) o la sua riedizione intitolata Ricordi di Costantinopoli (1926). Va anche ricordato il mediocre ma talora citato articolo del console Cesare Poma nella Rivista coloniale (1911) nel novero dei bollettini e dei rapporti consolari. Altri testi sul Levante del periodo in argomento, più che coloniali, potrebbero definirsi apertamente colonialisti...

[3] In Costantinopoli, Milano, Treves, 1877, 2 vv, ora in ed. ridotta (Milano, Touring, 1997). Putroppo in quest’ultima mancano appunto le gustose pagine di paternalistica ironia contro gli italiani di Istanbul.

[4] Şeni, N., Les Levantins d’Istanbul à travers les récits des voyageurs du XIX siècle in Eldem, E. (éd.), Colloque sur Galata et les Jeunes Turcs, IFEA, Varia Turcica n° XIII, Paris-Istanbul, Isis, 1991, pp. 161-169. [Nostra traduzione dal francese].

[5] Per l’esattezza il termine è stato coniato a partire dall’opera peraltro monumentale e fondamentale di Belin, A., Histoire de la latinité à Constantinople, Parigi, 1894, che alludeva ai cattolici (latini) nel loro insieme senza distinzione di nazionalità, contrapposti agli altri cristiani (specialmente ortodossi greci e gregoriani armeni).

[6] L’originale del Transunto, rimasto peraltro negli archivi della comunità (a lungo presso la famiglia Testa) e tuttora visibile, era in greco. La traduzione italiana che qui riportiamo è tratta dal manoscritto della prima metà del XVII sec., intitolato Relatione dello stato della cristianità di Pera e Costantinopoli obediente al Sommo Pontefice Romano che dichiarava di rifarsi appunto all’originale greco.

[7] Nella sola Costantinopoli, per conoscenza di chi oggi si dichiara contrario alle moschee in Italia in nome della pretesa mancanza della reciprocità presso gli “islamici”, sono sempre stati presenti i Minoriti Francescani Conventuali, i Domenicani, i Minoriti Riformati o “Zoccolanti” (tradizionalmente sotto protezione della Repubblica di Venezia), i Cappuccini e i Gesuiti (sotto protezione del regno di Francia).

[8] Perciò non era contraddittorio che un documento riportasse la dizione ad es.: “Sudditanza: ottomana, nazionalità: greca/ortodossa” oppure: “nazionalità latina”, ecc. Da evitare quindi la confusione tra cittadinanza (concetto politico europeo che solo a partire dalla Rivoluzione Francese ha sostituito quello di sudditanza) e nazionalità, poiché, come vedremo subito, la nazionalità era un concetto fondamentalmente religioso e non etnico.

[9] Cfr. in Italia il recente e ottimo studio: Pace, E., L’islam in Europa: modelli di integrazione, Roma, Carocci, 2004.

[10] Il concetto di levantinità e la sua centralità nel caratterizzare la comunità degli italiani di Istanbul costituiscono il contenuto della nostra tesi di dottorato: Les Italiens d’Istanbul au XXe siècle : entre préservation identitaire et effacement (Université de Paris III – Sorbonne Nouvelle, relatore: Prof. Jean-Charles Vegliante, discussa il 3 luglio 2004).

[11] Saint Benoît, Saint Michel, Sainte Pulchérie, Saint Joseph, Notre Dame de Sion, ora licei privati in cui insegnano prevalentemente laici e gli allievi sono praticamente tutti turchi.

[12] In una conferenza all’Istituto Italiano di Cultura di Istanbul, intitolata “Gli italiani di Istanbul e la loro lingua” nel quadro della “3a Settimana della Lingua Italiana nel Mondo”, il 24 ottobre 2003. Cfr. anche Consorti, A., “Vicende dell’italianità in Levante, 1815-1915” in: Rivista Coloniale, anno XV.

[13] Le vicende travagliatissime della fondazione tardiva delle scuole statali italiane a Costantinopoli, per iniziativa e ventennale battaglia che la “Società Operaia Italiana di Mutuo Soccorso” – associazione fondata da garibaldini e simpatizzanti nel 1863, tuttora esistente, che rappresentò la comunità italiana ad Istanbul in modo esclusivo fino al Fascio – condusse contro le autorità parlamentari e ministeriali del Regno d’Italia, sono particolarmente significative. Infatti mettono in luce la contraddizione di fondo tra colonialismo italiano e “colonie”: i levantini si battevano per avere scuole italiane per i loro figli, animati da puro (forse ingenuo) patriottismo, cioè per la conservazione della lingua e cultura italiane; il Regno invece, prima si disinteressò a tale istanza, poi volle le scuole, ma nella finalità colonialistica di rafforzare la posizione dell’Italia e dell’italiano presso gli stranieri (turchi e altri membri delle minoranze). La colonia stessa era vista insomma non come insieme di sudditi da tutelare, ma come possibile arma da usare contro i turchi e le altre potenze coloniali. Sulle vicende ventennali cfr. la Memoria storica della Società Operaia Italiana di Mutuo Soccorso in Costantinopoli (1906).

[14] L’unica eccezione è costituita dall’autore vivente Giovanni Scognamillo, di famiglia paterna oriunda napoletana e materna latina dall’isola (oggi greca) di Tinos. Scognamillo, autore di oltre trenta opere tra saggistica e narrativa, per sua scelta direi ideologica scrive in turco (con autotraduzione di due soli testi in italiano). In tal modo esprime la sua posizione di acre polemica contro la comunità italo-levantina, con la quale è da anni in conflitto sul tema del loro rifiuto di integrazione. E’ inoltre l’unico a definirsi pubblicamente “levantino” e gli dobbiamo, oltre a numerose ricerche sul quartiere di Beyoğlu (ex Pera), la sola autocritica della vita levantina in termini di pseudocolonialismo.

[15] De Amicis, op. cit. (ed. 1877), vol I, pp. 189-192.

[16] Cfr. i dati di un campione di 70 famiglie che abbiamo intervistate tra novembre 2000 ed aprile 2001 nell’ambito del nostro dottorato cit. nota 10.

[17] Cfr. nel passato Giuseppe Zaccagnini, cit., ed oggi Giovanni Scognamillo.

[18] Mythologie levantine (2004) prossimamente reperibile nel sito Internet del gruppo di ricerca Circe dell’Università di Parigi III, diretto dal prof. J-Ch. Vegliante: http://circe.univ-paris3.fr/msie.html.

[19] Un dettaglio biografico forse non irrilevante è che Loreley, nella Pera della sua epoca, benché sposata, conduceva apertamente una “vita parallela” con un’altra donna, ed alcune sue poesie sfiorano in modo appena velato il tema dell’amore saffico.

Kúmá 11, aprile 2006
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