Cenni
sugli italiani di Istanbul e sulla levantinità
Malgrado un rinnovato interesse per le comunità italiane
nel mondo, connesso o non col nostro recente interrogarci sulle
problematiche di immigrazione in Italia, gli italiani di Turchia
e particolarmente quelli di Istanbul sono ignorati o addirittura
del tutto sconosciuti
[1]
. E’ significativo quanto curioso che le conoscenze
piuttosto approfondite del Levante e delle sue “colonie italiane”
possedute in Italia tra la fine del XIX e la prima metà del XX
secolo, in un’ottica appunto coloniale
[2]
, fossero incomparabilmente superiori a quelle
contemporanee sul Medio Oriente turco e le sue “collettività italiane”;
ciò nonostante troppi spropositi sull’eventuale ingresso della
Turchia nell’Unione Europea affiancati da considerazioni che sembrano
più attinenti al dibattito politico interno dei Paesi europei
che al candidato.
In tale contesto si capisce che il termine “levantino”,
dimenticatone il significato di discendente di un europeo stabilitosi
in un porto del Mediterraneo orientale, proprio come dimenticato
è il Levante, possa essere utilizzato, a quanto pare, perfino
come improperio leghista contro i pugliesi. Quanto alle sue connotazioni
insultanti, i leghisti non sono neppure originali: infatti furono
gli scrittori-viaggiatori della fine ‘800-inizio ‘900 soprattutto
francesi ed intrisi di orientalismo, quali Pierre Loti e Claude
Farrère senza dimenticare il nostro Edmondo De Amicis
[3]
, a coltivare il proprio sarcasmo contro questi
connazionali d’Oriente ed a far stingere l’astio della parola
sui levantini stessi, che continuarono e continuano ad usarla
ma solo riferita agli altri. Così la studiosa Nora Şeni spiega
l’animosità degli scrittori europei, peraltro ricambiata dai levantini
che pur li conoscono assai bene:
“Il levantino sta antipatico al viaggiatore
del XIX secolo [...] Tondo tondo e mercantesco, dai capelli unti
e appiccicaticci, privo di identità nazionale precisa, maestro
nel maneggiare il bahscisc, è sprovvisto del carattere
pittoresco e dell’autenticità di uno stambuliota musulmano. [...]
Scimmiotta malamente i modi europei: non è insomma né abbastanza
somigliante né sufficientemente esotico”
[4]
.
Ma, in realtà, è più opportuno parlare di italiani emigrati
in Turchia, o di (italo-) levantini di Turchia, o magari di latini
d’Oriente? Ovvero: perché, malgrado tutto, scegliamo ancora questo
termine così connotato? Anzitutto perché è quello più diffuso
tra i levantini stessi. Lasciamo da parte i “latini d’Oriente”,
dotta definizione degli storici (ripresa soprattutto da quelli
levantini, appunto) che si riferisce ai soli discendenti di genovesi
e veneziani – ma anche di francesi, provenzali, maltesi, tedeschi
– giunti a Costantinopoli all’epoca delle Crociate
[5]
. Ma fin dai primi contatti con questi italiani
di Istanbul, ci si rende conto di tutta la vastità delle differenze
tra questa comunità e quanto noto delle altre collettività italiane
nel mondo. Non somiglia loro in nulla: né nelle ombre e verità
vergognose rimosse, né nei pregiudizi o persecuzioni di stranieri
(poco e male) accoglienti.
Del resto i levantini, soprattutto quelli che conoscono
a sufficienza la cultura della penisola per essere al corrente
delle caratteristiche dell’emigrazione italiana, hanno la risposta
pronta per esprimere tutto ciò che li differenzia e li nobilita
rispetto, oltre che agli altri emigrati italiani, anche a qualunque
italiano “regnicolo” – cioè peninsulare – e in particolare a coloro
che a Istanbul non sono nati ma arrivati in seguito – e dunque
non “levantinizzati” – che essi chiamano con degnazione “italiani
di passaggio”. Parleranno, e a ragione, dell’origine della comunità
che risale alla Quarta Crociata (1204) e che è dunque la più antica
colonia italiana al mondo, del fatto che essa fu anche la “Magnifica
Comunità di Pera” fino al 1669 composta da aristocratici e da
cavalieri; del suo arricchirsi di nuova linfa italiana nel XIX
secolo grazie ai patrioti del Risorgimento, agli artisti e agli
specialisti chiamati a lavorare al Serraglio; ricorderanno che
i loro antenati, più che semplici commissionari cioè sensali,
erano legati all’ambiente diplomatico di cui condividevano il
lustro, il modo di vita fastoso, la cultura, aggiungendovi evidenti
doti di poliglotti; che erano taluni ecclesiastici, con funzioni
di governo civile oltre che spirituale della comunità, talaltri
dragomanni, cioè intermediari tra i re e gli imperatori d’Occidente
ed i sultani... Citeranno la loro conservazione e pugnace difesa
millenaria di cultura e valori occidentali – anzitutto del Cristianesimo
– di fronte all’Islam, e mostreranno come li coltivino tuttora,
unitamente alla lingua italiana (nonché francese, nonché greca
moderna). Illustreranno i quartieri di Pera (oggi Beyoğlu)
e di Galata che hanno continuato ad abitare per secoli, e la loro
letteratura è piena di “passeggiate” lungo quel Grande Viale,
l’antica ‘Grand’Rue de Péra’ o ‘Cadde-i Kebir’, così ricco di
storia e di miti, così cosmopolita, così teatrale e poi cinematografico
sia di per sé che perché tali (ed altri meno encomiabili!) divertimenti
vi avevano ed hanno sede privilegiata. Testimonieranno con accanimento
ed orgoglio non retorico la “purezza” della propria italianità,
a dispetto della meticcizzazione che li caratterizza soprattutto
e che fu spesso rinfacciata loro, ostentando però nomi unicamente
e tipicamente italiani, appellandosi al passaporto che solertemente
rinnovano. Dimostreranno innegabilmente che, lungi dall’essere
stati assimilati, rifiutano quasi tutti e quasi completamente
perfino di integrarsi nella società turca, a tal punto che pretendono
addirittura di non parlarne (bene o affatto) la lingua, anche
se ciò non basta ad avvicinarli agli italiani, anche se li condanna
invece all’isolamento più tragico, – sia dalla società che dal
tempo in cui vivono – anche se la conseguente loro percezione
della prematura fine della collettività costituisce una causa
fondamentale della sua effettiva scomparsa, – vero e proprio suicidio
collettivo simbolico – anche se di tale rifiuto sono ovviamente
gli unici a patire.
Diranno tutto ciò, avranno in parte ragione... e restano
tristi perché nostalgici: infatti i turchi non gli riconoscono
più i loro antichi (ed immeritati) privilegi derivanti dalle Capitolazioni
e ormai nemmeno più un ruolo sociale specifico, a partire dalla
repubblica (1923) e dal suo nazionalismo, né li prendono più come
modello visto che ormai il mondo sembra averne uno solo, di modello;
nostalgici perché la loro comunità non esiste quasi più, ridotta
a poco più di un migliaio di persone prevalentemente anziane,
ora che le giovani generazioni, facilitate dal passaporto comunitario
e dalle conoscenze linguistiche, hanno spopolato la Turchia; perché
non esiste più nemmeno quel loro modo di vita caratteristico,
che l’autore smirniota vivente Livio Missir di Lusignano ama definire
“more nobilium”, secondo noi invece pseudocoloniale e mondano;
nostalgici dell’ancien régime ottomano (e in parte anche
europeo), nostalgici del kemalismo vissuto però da stranieri (quindi
mal visti e vessati se non proprio perseguitati), nostalgici soprattutto
del fascismo vissuto anch’esso dall’estero (quindi senza dittatura,
senza guerra mondiale, senza elaborazione della sua fine); nostalgici
e tristi, infine e anzitutto, perché gli italiani non hanno mai
riconosciuto loro alcuna superiorità ed anzi hanno spesso fatto
fatica ad accettarli, dando loro perfino del “turco”, – massimo,
irreparabile affronto alla stirpe nei secoli, oltre che al singolo
– malgrado i levantini abbiano sempre, spasmodicamente, aspirato
a condividere il destino dei peninsulari, come estremo rimedio
ad un’insanabile patologia identitaria.
L’autorappresentazione levantina della comunità italiana
di Istanbul esposta poc’anzi è totalmente veritiera? Storicamente
no, certo. Veniamo ora dunque ad una versione (il più possibile
e criticamente) non “levantinizzata” della comunità.
L’origine
è vera, com’è pure evidente che la conservazione della comunità,
il suo isolamento (ovvero mancanza/rifiuto d’integrazione, o magari
segregazione?) sono stati resi possibili per tanti secoli grazie
ad un sistema socio-giuridico che, seppure ereditato per contingenze
storiche da Bisanzio, fu adottato e sviluppato dall’impero ottomano,
che ne diede un fondamento giuridico nelle Capitolazioni rimaste
in vigore fino alla sua fine. Leggiamo dal Transunto delle
Capitulationi di Sultan Mehmet con li Perotti, stipulato per
primi con i latini appunto, il 2 giugno 1453, appena quattro giorni
dopo la conquista:
“Essendo al presente comparsi gl’Ambasciatori Ballatan
Pallavicino e Marchio de Franco con l’interprete loro Patritio
per parte del Popolo e della Nobiltà di Pera, et in segno d’amicitia
mi presentano la chiavi della terra loro, e fattisi sudditi e
sottoposti a me, così ancora io con tal conditione gl’accetto
che possino vivere, reggersi e governarsi sì come per il passato
hanno fatto, senza ch’io vadi con l’esercito mio ad occupare in
rovina loro la terra”
[6]
.
La teocrazia ottomana concesse dunque alle minoranze non
musulmane, oltre alla libertà di culto, un’autonomia amministrativa
ed anche giudiziaria molto ampia; favorì la loro immigrazione
e la prosperità dei quartieri che sorsero intorno a chiese, conventi
[7]
, consolati, più tardi di scuole, ospedali,
circoli mondani europei. Riconosceva ai loro capi religiosi –
arcivescovo, gran rabbino, patriarchi – il rango di ministri dell’impero
presso la Porta, che permetteva loro di governare e di amministrare
la giustizia sulle rispettive comunità religiose (dette “millet”,
tradotto con “nazioni”
[8]
, tra cui la “millet-i Lâtin”, cioè “nazione
(cattolica) latina”), finché con l’affermarsi degli Stati-nazione
in Europa i Consolati non sono subentrati alle autorità religiose
come responsabili sui propri concittadini, soprattutto tramite
i tribunali consolari.
Non può sfuggire la “modernità” di tale sistema socio-giuridico,
intesa come tolleranza ed accoglienza dell’elemento altro, né
il ribaltamento rispetto all’ottica dell’integrazione/assimilazione
che anima (pur con le sue diverse varianti nazionali) gran parte
degli Stati occidentali contemporanei rispetto ai loro immigrati
soprattutto musulmani
[9]
. Ne risultò lo sviluppo ed il rigoglio di una
cultura, anzi di una civiltà totalmente originale ed unica nella
storia. La civiltà nata dall’isolamento e dalla prosperità secolari
di un gruppo plurietnico, fondamentalmente di origine europea,
con continui apporti demografici e contatti commerciali, politici,
religiosi, culturali con le madrepatrie, ma al contempo beneficiario
delle eredità delle civiltà cristiano-anatoliche (armena, caldea,
siriaca ecc.), sefardita, e soprattutto bizantina-ortodossa e
ottomana-musulmana, è ciò che definiamo “levantinità”, e costituisce
senza ombra di dubbio il carattere più importante della comunità
(numericamente la più cospicua) degli italo-levantini
[10]
. La levantinità si fonda su alcuni pilastri
che ci accingiamo ora a vedere, ma soprattutto si è espressa:
ha sviluppato come importantissimo mezzo espressivo una vasta
mitologia che ricopre tutta la sua estesa cultura, nonché – nel
XX secolo – una interessante letteratura.
Il primo pilastro della levantinità, per la sua importanza
sociologica e identitaria, risiede nella religione cristiana,
non solo difesa come fede o patrimonio storico ma piuttosto come
fattore di identità e di distinzione sociale. Il “millet” ottomano
era una questione di religione, e tuttora alcuni levantini anziani
(e fortemente meticci) dichiarano di sentirsi più appartenenti,
come identità collettiva elettiva, alla comunità cattolica che
a una qualunque cittadinanza (occidentale). Va notato che il cattolicesimo
levantino è al contempo piuttosto conservatore, restio ad accettare
le riforme del Concilio Vaticano II (in particolare le messe in
turco oltre che in italiano e in francese invece che in latino),
ed ecumenista, abituato a convivere con la miriade di Chiese d’Oriente
minuscole e frazionate e magari a sentire occasionalmente una
messa armena o a condividere, in orari diversi, un edificio ecclesiastico
con i siriaci. E’ inoltre interessante ricordare quanto il passaggio
da un’identità collettiva fondata sulla religione a quella fondata
sulla cittadinanza (per definizione tendenzialmente unica e esclusiva,
salvo i casi modernamente ammessi di doppia nazionalità), che
anche in Europa è stato provocato relativamente di recente dalla
tempesta napoleonica, sia stato tardivo e traumatizzante per i
levantini. Ha richiesto il travaglio di due guerre: quella di
Libia del 1911, che per la prima volta ha reso i levantini “nemici”
dei turchi, e la Prima guerra mondiale, che per la prima volta
li ha resi nemici anche gli uni degli altri, obbligandoli a scegliere
una nazione (europea) e ad andare al fronte per essa.
Il secondo pilastro è il carattere meticcio della levantinità.
La comunità essendo definita su base religiosa, l’endogamia riguardava
il cristianesimo, ma non la cittadinanza, sicché fin dall’inizio
la genealogia levantina ha visto una meticcizzazione tra tutti
gli ex europei, italiani, francesi, austriaci, maltesi, ecc.,
comprese tutte le migrazioni continue dall’Europa, che benché
possedessero un’identità collettiva etno-nazionale chiara, si
“levantinizzavano” per matrimonio nell’arco di una generazione.
Perfino ex persiani armeni convertiti al cattolicesimo nel XVI
secolo, come gli antenati di Livio Missir di Lusignano sopra citato,
erano ipso facto latini. Se è vero che i levantini non
si sono integrati con la maggioranza turca, si ricordi invece
che essi erano integratissimi – anche a livello urbanistico –
con le altre minoranze ottomane: fin dai primissimi anni della
levantinità e tuttora, tipico era il matrimonio di un levantino
con una donna greca; alla prole veniva dato il nome e la religione
del padre, ma la lingua della madre. Un po’ più rari erano i matrimoni
con gli ebrei, soprattutto sefarditi venuti a Costantinopoli dalla
Spagna nel 1492, ma anche ebrei italiani arrivati in diverse epoche
per commercio, soprattutto livornesi (talora passati da Salonicco).
Decisamente più rari quelli con gli armeni, che preferivano l’endogamia
stretta e, provenendo spesso dall’entroterra orientale anatolico,
dalle stesse regioni dei curdi, erano socialmente screditati presso
i levantini. Quanto ai matrimoni con i turchi, sebbene siano sempre
esistiti e siano diventati ormai piuttosto “normali” nell’ultima
scarsissima generazione superstite, per secoli sono stati rarissimi
e rimossi, tanto da rimanere un vero tabù nella mitologia levantina,
una ragione di ostracismo dalla comunità, un rinnegamento peggiore
di una tara ereditaria. Da ciò si intuisce che, specialmente nei
primi decenni del ‘900 in cui i neoimmigrati dall’Europa erano
più numerosi (e la comunità italiana contò il suo massimo storico:
13-15 mila membri nel 1932), si verificò una “gerarchia dei partiti”
di estrema forza coercitiva tra i levantini: i migliori partiti
erano connazionali d’Europa (cioè ad es. mariti italiani d’Italia),
al secondo posto non connazionali ma sempre europei, al terzo
posto levantini, al quarto posto membri delle altre minoranze
appunto; anomali ma annoverati furono i casi di ratti e di fughe
d’amore con turchi, di rimpatri voluti od imposti solo per impedire
matrimoni misti...
Il terzo pilastro è il multilinguismo levantino. La levantinità
si manifesta esteriormente anzitutto nella pratica quotidiana
e corrente di quattro lingue: l’italiano, il francese, il greco
e il turco. Ciascuna fa parte del patrimonio dell’ambiente levantino,
ed è stata dunque appresa fin dalla nascita, e consolidata dall’istruzione
prevalentemente presso le scuole e il liceo italiani (IMI) o quelli
francesi dei religiosi
[11]
. Storicamente l’italiano fu la lingua levantina
per eccellenza, come è attestato nel ‘600 e come abbiamo dimostrato
fino al 1838
[12]
. Per secoli, esso fu tramandato dai frati,
quasi tutti venuti dall’Italia, tramite le scuole parrocchiali.
Invece l’istruzione laica in italiano risale solo al 1861, e l’apertura
delle “Regie Scuole elementare e media” è del 1888, per accanita
insistenza dei levantini stessi
[13]
. Invece dal 1870 circa, in concomitanza con
il predominio della cultura francese e l’affermarsi dei licei
religiosi francesi nel Levante, fu questa lingua a soppiantarlo.
Perciò – altra caratteristica unica della levantinità – la letteratura
levantina, prodotta quasi unicamente da italo-levantini nel XX
secolo, è sì italiana ma in lingua francese
[14]
. Possiamo dire che nell’epoca d’oro della levantinità
(1880-1930) esisteva una gerarchia sociolinguistica fra tali quattro
lingue, simile a quella che abbiamo chiamato “gerarchia dei partiti”:
il francese era la lingua chic, quella della société
e della cultura, quindi anche lingua letteraria; l’italiano (frattanto
imposto con metodi alquanto bruschi dal fascismo) era quella degli
affari e dei commerci, talora promossa anche dalle conferenze
della “Dante Alighieri”, dal teatro e dall’opera lirica; il greco,
conformemente con la condizione sociale di gran parte dei membri
di tale minoranza, era la lingua dei domestici, dei piccoli commercianti
ed artigiani rionali, e perciò anche la più diffusa; il turco,
ai levantini capitava eventualmente di parlarlo (quando lo sapevano)
solo con gli agricoltori dell’Anatolia, poiché anche i turchi
che avevano bottega a Pera possedevano modeste conoscenze di “lingua
franca” che era un miscuglio delle precedenti. In tale contesto,
tra le molte parole sardoniche e paternalistiche che De Amicis,
nel diario di viaggio ricordato, spende appunto sull’italiano
dei levantini, vediamo cosa egli intenda per “lingua franca”:
“[... Gli italiani nati nella
colonia parlano] quella così detta lingua franca, la quale, come
disse un bell’umore francese, consiste in un certo numero di vocaboli
e di modi italiani, spagnuoli, francesi, greci, che si buttano
fuori l’un dopo l’altro rapidissimamente, finché se ne imbrocca
uno che sia capito dalla persona che ascolta.
Questo lavoro, però, occorre
raramente di farlo a Pera e a Galata, dove un po’ d’italiano lo
capiscono e lo parlano quasi tutti, compresi i turchi. Ma è lingua,
se si può chiamar lingua, quasi esclusivamente parlata, se si
può dir parlata”
[15]
.
Oggi i levantini conoscono tutti il turco (imparato obbligatoriamente
in qualunque scuola) per quanto non sempre lo ammettano, lo usano
anche spesso nel luogo di lavoro, ma a casa in maggioranza dichiarano
di parlare francese (e non italiano)
[16]
, il quale non avendo più alcun valore comunicativo
né sociolinguistico insostituibile, sembra possedere piuttosto
una valenza identitaria di conservazione entro le mura domestiche.
La mitologia levantina possiede una ricchezza di temi e
di orizzonti culturali veramente stupefacente, frutto di un’accumulazione
di secoli e di una stratificazione di varie civiltà. Invero comprende
l’intera autorappresentazione di una comunità che è sempre stata
ben consapevole della propria originalità e del proprio valore,
e che ha avuto modo di esprimerla a un pubblico vasto come quello
occidentale nell’ambito dell’orientalismo. Perfino alcuni “Italiani
di passaggio” che hanno scritto sui levantini ne sono stati fortemente
influenzati – od ostracizzati quando vi si siano opposti
[17]
. I temi della civiltà levantina ripresi dalla
mitologia spaziano dalla storia – dai Giustiniani sovrani di Chios,
ai rifugiati russi bianchi a Istanbul (1917-1921) – alla gastronomia,
dagli “animali ed i Latini”, “la donna”, studiati da Livio Missir
di Lusignano – alla Prostituzione a Beyoğlu titolo
di un saggio di Scognamillo, ma soprattutto una miriade di riferimenti
letterari dall’opera di Ghiselin de Busbecq del 1553, al poeta
levantino (vittima della Rivoluzione francese) André Chénier,
a Loti e all’insieme della narrativa orientalista francese su
Istanbul fino agli anni 1950 ed oltre. In un recente articolo
[18]
, abbiamo cercato di approfondire le sfaccettature
della mitologia levantina come elaborazione delle categorie che
Carlo Tullio Altan usa per definire “il sentimento chiamato identità
etnica”, ossia: “la memoria storica esaltata come valore – epos”,
“l’insieme dei costumi e delle norme di vita in comune – ethos”,
“la lingua che parla – logos”, “i rapporti di parentela
– genos”, “il territorio – topos”. Ciò basti a ribadire
che la selezione di temi, il loro ricomparire periodico sotto
forma di narrazioni orali ben oltre quanto possa essere veridico
in termini di storici, – come ad es. i miti “dell’arrivo” a Istanbul
fra cui quello del veliero o dell’invito a lavorare al Serraglio
– sono procedimenti che hanno interessato ogni aspetto dell’autorappresentazione
levantina.
Veniamo ora agli scrittori levantini. Nella nostra tesi
limitata agli italiani ed al XX secolo, ne abbiamo scelti quattro
– due scomparsi e due viventi – secondo il criterio dell’abbondanza
e della significatività della produzione, o di quanto ne è oggi
reperibile: Willy Sperco, Angèle Loreley, Livio Missir e Giovanni
Scognamillo.
Willy (Guglielmo) Sperco (1887-1978), di antica origine
genovese-latina di Chios, fu “il più levantino” dei nostri letterati:
agente marittimo, giramondo e giornalista “pettegolo” per tre
quarti di secolo, incarna una sintesi tra l’orientalismo di un
occidentale e il progressismo di un turco della sua generazione.
Tra i suoi scritti sulla levantinità che egli difendeva con fierezza
contro Loti e Farrère, primeggia l’opera Les anciennes familles
italiennes de Turquie: una ricerca ricca di citazioni, introdotta
da un racconto del viaggio all’isola di Chios intrapreso per studiarne
gli archivi. Ripercorre la storia dell’isola dal 1125 nonché quella
delle altre isole latinizzate dell’Egeo, aggiungendo lunghe pagine
di elenchi dei cognomi delle famiglie italiane rinvenute; nella
conclusione descrive la vita della colonia di Costantinopoli nel
XVI secolo. Altro aspetto della sua levantinità consiste nella
nostalgia dell’ambiente levantino (in Istanbul indiscret
e Turcs d’hier et d’aujourd’hui): nostalgia di Beyoğlu
coi suoi palazzi e la sua vita sociale tra il XIX sec. e Atatürk;
dell’occupazione alleata di Costantinopoli e delle profughe russe
(lui notò solo le donne, appunto...) come apogeo di un cosmopolitismo
di cui sottolinea l’aspetto frivolo e mondano; delle “passeggiate”
nei luoghi di villeggiatura levantini; delle “feste in Turchia”.
L’orientalismo di Sperco, talora contraddittorio e rinnegato (cfr.
L’Orient qui s’éteint), è soprattutto una questione stilistica:
i suoi temi sono ancora Costantinopoli nel XVI sec., con numerose
citazioni erudite da fonti occidentali dell’epoca, come usa il
nostro autore, riguardo le donne, gli schiavi, la vita degli stranieri,
gli hamam, la cucina, i serragli dei sultani, comprese le loro
evoluzioni all’epoca contemporanea, gli harem che ci mostrano,
in diverse opere, approcci multipli all’orientalismo, in particolare
l’harem imperiale (cfr. anche Roxelane, épouse de Süleyman
le Magnifique). Infine l’orientalismo letterario di Sperco
appare nel suo Istanbul paysage littéraire di cui la prima
parte esamina le circostanze biografiche dei soggiorni in Turchia
degli scrittori francesi dal 1800 al 1955, e la seconda è costituita
da un’antologia di 19 tra i loro testi, da Chateaubriand a Jean
Cocteau. Il progressismo di Sperco, invece, non è un manifesto
politico od artistico, ma consiste nell’approvazione delle trasformazioni
modernizzatrici della Turchia, indirizzata specialmente agli occidentali
ignari o sprezzanti; è anche la testimonianza di uno spettatore
delle riforme politiche attuate in molti paesi d’Oriente. I suoi
temi sono spesso ricordi relativi ad Atatürk, ed altri opposti
e speculari ai temi orientalisti e nostalgici: la condizione della
donna turca moderna, i riassetti urbanistici degli anni ’30, Ankara
capitale come antiemblema di Costantinopoli. Ma Sperco ha scritto
anche una biografia di Mussolini ed un libro-inchiesta sull’Italia
dell’immediato secondo dopoguerra. Due campioni dei suoi scritti
giornalistici, presi a 30 anni di distanza l’uno dall’altro, rivelano
i tratti immutati della penna del cronista: la frivolezza e l’umorismo,
in particolare nelle “Chroniquettes” del Journal d’Orient
firmate con lo pseudonimo di Jean de Peyrat. Vi si trova tra l’altro
una novella pubblicata a puntate (“Iro l’Athénienne”), storia
d’amore tra un imprenditore italiano e una greca all’epoca della
guerra tra i due Paesi, con epilogo patriottico; un’evoluzione
interessante dell’autore, dalla vicinanza all’abbandono del lato
futurista (marinettiano) del suo progressismo; soprattutto articoletti
umoristici di cui alcuni in “multilingua” cioè ironizzando sulla
“lingua franca” levantina.
Lo pseudonimo Angèle Loreley (nei registri consolari: Angela
Ruta, oriunda salernitana – 1894-1975) è indissolubilmente legato
al Journal d’Orient di cui fu redattrice-capo insieme a
suo marito (Albert Karasu, ebreo neocittadino francese ma ex alunno
del liceo italiano) che ne era fondatore e proprietario, fino
alla chiusura del giornale nel 1971. Tale quotidiano francofono
di Istanbul aveva un’impostazione che, pur non essendo specificamente
orientata verso le minoranze in Turchia, rifletteva l’interesse
dei lettori soprattutto europei ed occidentalizzati, i cui orientamenti
politici conservatori e la cui levantinità si notano senza ambiguità
negli articoli di terza pagina e nelle cronache mondane perote
appunto della Loreley. La scrittrice ci ha lasciato soprattutto
numerose poesie nelle colonne del Journal: si dichiara
avversa al romanticismo di Anna de Noailles e si rivela in più
occasioni fortemente ispirata a D’Annunzio; la sua poetica si
trova espressa in La mort
du poète e tra le altre poesie introspettive citiamo Qui
de moi (1938); i suoi sguardi sulla natura sono più frequenti
dei paesaggi istambulioti, ma talora Loreley trae ispirazione
dalle drammatiche circostanze storiche a cui assiste: per es.
J’ai vu mourir une rose
fu scritta in Spagna sul fronte della guerra civile, Ressonnez l’espérance in occasione del
Natale del 1945; talvolta si riscontra una felice ricerca di originalità
stilistica (cfr. Il
pleut del 1949). Nella sua produzione narrativa,
riserviamo un posto particolare a Les derniers Levantins,
unica espressione romanzesca di un personaggio-eroe levantino,
che costituisce un distillato dell’intera mitologia orale levantina
sulla propria identità: si tratta del primo e solo volume dattiloscritto
di un progetto di trilogia, redatto tra il ’32 e il ’35 in cui
si trovano, tra gli altri miti dell’autorappresentazione, la problematica
dell’appartenenza nazionale (francese o italiana) dell’eroe (Foulques),
il suo ambiente dell’infanzia, la fine dei levantini (tema quindi
già presente negli anni ’30), i miti dell’origine, il malessere
del ritorno in Italia, la superiorità morale e di ceto dei levantini
e la loro nobiltà, l’eroismo durante la Prima guerra mondiale.
Il tema dominante anzi onnipresente negli altri romanzi e novelle
della Loreley è la critica delle convenzioni sociali del suo ambiente
per la loro superficialità, ipocrisia, avidità, vanità
[19]
. Autour des tables de bridge, unico
suo romanzo pubblicato (1941) è una satira cinica e feroce di
diverse centinaia di personaggi levantini e stranieri soprattutto
femminili: sprovvisto di trama, pare evidente che il racconto
fosse composto interamente da ritratti di persone reali, compresa
l’autrice stessa. Altri esempi di critica sociale non esplicitamente
levantini sono le novelle Les Désarticulés (1937), Apparence
(1938), L’Affolement (1963). Rileviamo inoltre due raccolte
inedite di novelle, trovate insieme a Les derniers Levantins
ed intitolate Esquisses – composta soprattutto di paesaggi
di luoghi, e Les Masques de l’âme, che racchiude brani
intimi da diario. Come giornalista, questa viaggiatrice instancabile
scriveva spesso anche reportage a puntate dei suoi numerosi viaggi
all’estero. Ci interessano soprattutto in quanto rivelano gli
orizzonti geografici levantini (le mete visitate) e lo sguardo
(soprattutto politico) presentato. Ad es. nel suo ultimo reportage
L’Europe angoissée de 1970 si legge tutto il suo
aspro disappunto sia contro la Turchia diretta verso l’arretratezza
che contro la Francia in crisi economica e l’Italia delle contestazioni
e degli scioperi: non ha parole d’elogio che per la Grecia dei
Colonnelli... Altri servizi precedenti rivelano un’ammirazione
senza riserve dell’Italia fascista, un odio altrettanto incondizionato
contro il nazismo, l’antisemitismo, il comunismo dei Paesi dell’Est,
una dura critica contro la Francia dell’esistenzialismo, una scarsa
comprensione ovvero una difficoltà di mettere a fuoco la politica
italiana postbellica, in particolare la posizione della Democrazia
Cristiana e il problema del Mezzogiorno. Anche in questi servizi
d’attualità, l’autrice è però influenzata dalla mitologia levantina
riguardo alla visione delle patrie mitiche: Italia, Francia, Spagna
ed Europa centrale (per gli ebrei), Grecia. Come responsabile
della terza pagina e delle cronache mondane, Loreley gioca il
suo ruolo prediletto di poetessa ed intellettuale di Beyoğlu:
verso la fine della vita del quotidiano, si occupa ancor di più
della “buona società”, probabilmente per mancanza di redattori,
e nel 1971 scrive l’ultimissima cronaca giornalistica delle mondanità
levantine, visibilmente ancora frequenti e frequentate, malgrado
i sintomi inequivocabili del declino.
In Livio Missir di Lusignano, discendente di una famiglia
latina aristocratica smirniota, vivente in Belgio e che ha fatto
carriera nelle organizzazioni internazionali, troviamo un saggista
che, per mezzo della storia, del diritto, della religione, della
genealogia, opera una “trasfusione del suo essere nelle lettere”.
Tuttavia il suo ambito di ricerca è più limitato del nostro: l’aristocrazia
latina di Smirne; ci occuperemo perciò solo dei suoi lavori di
storia latina e di quelli sul cristianesimo e sull’ecumenismo,
trascurando in questa sede la grande mole dei suoi studi araldici
e genealogici. I suoi testi storici hanno per oggetto i latini,
– ed infatti Missir rifiuta il termine “levantino” – il sistema
giuridico ottomano già citato ed anche il passaggio dall’identità
religiosa alla cittadinanza straniera, tramite lo status di “protetti
stranieri”, ottenuto a volte anche a titolo oneroso, che si trasformò
in nazionalità piena col Trattato di Losanna del 1923. Temi specifici
della storia latina studiati dall’autore comprendono: l’isola
di Chios, trattata in modo più dettagliato di quanto avesse fatto
Sperco, in particolare riguardo alla sua presenza cattolica e
alla letteratura in lingua “frangochiotika”; importanti
sono pure i suoi contributi sulla storia della comunità italiana
di Smirne, di cui abbiamo svolto un’analisi comparativa con Istanbul,
notando principalmente le seguenti diversità: l’inversione del
rapporto numerico tra italiani ex latini e immigrati successivi
dall’Italia, la loro diversa provenienza, il diverso profilo sociale
e professionale (più modesto a Istanbul), la differenziazione
sociale ed il carattere di notabili in riferimento alla latinità
(a Smirne) o all’italianità (a Istanbul), i rapporti confessati
o negati con il fascismo, l’evoluzione demografica intervenuta
a seguito di eventi storici peculiari di Smirne (incendio doloso
del 1922, migrazione verso Rodi nel 1932, insediamento di una
base militare NATO nel 1952). Dei numerosi scritti di genealogia,
come anticipato e pur non rendendo forse piena giustizia all’autore,
traiamo solo certe nozioni generali sull’italianità dei latini
– esprimendo una forte critica al suo concetto di “italiano d’impero”
– nonché sui criteri specifici della loro aristocrazia: non il
possesso di terre ma un criterio economico o diplomatico o ecclesiastico
unito al modo di vita nobiliare. Rivestono invece per noi particolare
interesse gli articoli in cui abbozza la civiltà latina per mezzo
di esempi salienti come “l’ambiente sacrale”, la Weltanschauung
(concezione del mondo) dei latini, la tradizione, l’Europa intesa
come “esilio mitico”, l’animale, la donna, “l’altro, lo straniero”.
Infine, soprattutto nei suoi saggi giovanili, Missir ha dedicato
molta attenzione al cristianesimo ecumenico, a causa dell’importanza
del carattere politico della religione nell’ambiente post-ottomano,
dell’interesse identitario che l’autore gli attribuisce, nonché
dell’originalità di questo universo la cui caratteristica più
sorprendente è la frammentarietà, che sembra riflettere l’evoluzione
della geopolitica orientale della Chiesa (di Roma) dal tempo degli
Apostoli fino a oggi.
Giovanni Scognamillo è soprattutto uno scrittore di cinema,
studioso di letteratura fantastica e specialista di Beyoğlu,
che egli fonde con la levantinità a causa del suo approccio di
topografia storica applicata ad essa. La sua originalità risiede
prevalentemente nella sua polemica con i levantini sui temi dell’integrazione,
della nostalgia, della genealogia. Dai suoi scritti emerge un
Beyoğlu al contempo più realista e più fantastico, essendo
quest’ultimo tratto sempre presente nell’autore. Quanto alla sua
carriera di scrittore, essa appare tanto rocambolesca quanto gli
argomenti da lui trattati. La principale fonte che abbiamo studiato
sono le due versioni delle sue Memorie di Beyoğlu di un
levantino (1989 e 2002) le quali, con le loro differenze,
contengono sia ricordi levantini che del quartiere. Di esse segnaliamo
il capitolo “Una busta con la scritta ‘Documents’” in cui ciascuna
delle carte di famiglia è un emblema dell’identità levantina;
le “passeggiate” a Beyoğlu, già incontrate in Loreley, sono,
nelle due opere, testi di decine di pagine ciascuno che aspirano
a essere più esaurienti possibile specialmente riguardo i negozi
di proprietà di membri delle minoranze: siamo nel cuore della
topografia storica, e i racconti levantini vi trovano il proprio
spazio; poi la levantinità è posta in relazione con le letture
dei levantini di altri tempi, ed il fascismo, specialmente in
relazione coi ricordi d’infanzia dell’autore e con quelli di suo
padre; un punto altrettanto delicato è il ricordo dei saccheggi
antigreci e antioccidentali del 6-7 settembre 1955, citati senza
risentimento né giudizi di valore (che del resto sono resi totalmente
superflui dalla forza delle descrizioni); la religione ed i viaggi,
soprattutto in Italia, sono anch’essi trattati in modo totalmente
originale ed antitetico con la mitologia levantina; infine scopriamo
il vero significato del suo quartiere per l’autore: un oggetto
di analisi e un luogo di sortilegio, insomma un palcoscenico o
un set cinematografico...
Le sue ricerche su Beyoğlu comprendono: Il cinema
a Cadde-i Kebir, saggio la cui tesi è che il nesso tra il
cinema turco e Beyoğlu non è stato fortuito, poiché sia la
produzione che il pubblico provenivano dallo stesso ambiente ed
il cinema ha costituito il seguito logico della concezione del
quartiere come “centro di piaceri ‘alla franca’”. La prostituzione
a Beyoğlu si situa nella medesima concezione: l’opera così
intitolata esamina la grande varietà di divertimenti – soprattutto
mondani e lungi dall’essere unicamente sessuali – testimoniati
dalle fonti storiche fin da Bisanzio. In ques’opera appare anche
il concetto di “retro di Beyoğlu”, spazio urbano e sociologico
in contrapposizione con lo “scenario del Viale” e caratterizzato
dal mistero. Quest’ultimo costituisce l’oggetto de I misteri
di Istanbul, pubblicato anche in italiano in edizione ridotta
rispetto all’originale, che ripercorre i soggiorni degli occultisti
occidentali nella metropoli del Bosforo dal XIII sec., e cerca
di svelarne gli scopi occulti. Va notato che sui temi della letteratura
fantastica, dell’occulto, dell’orrore, fantascienza, esoterismo
ed i loro corrispondenti cinematografici, di cui non ci siamo
affatto occupati, Scognamillo è uno specialista fin da un’epoca
in cui lo si poteva considerare un pioniere in Turchia. Tornando
invece ai nostri interessi, egli ha inoltre pubblicato circa trenta
articoli non narrativi sul quartiere e tra le sue ultime pubblicazioni
si annovera una bibliografia di oltre 360 titoli accompagnata
da una corrispondente cronologia di Beyoğlu dalla preistoria
al 2000. I testi di finzione ambientati in questo quartiere sono
invece ancora sorprendentemente frammentari.
In conclusione vorremmo soffermarci su un argomento di grande
importanza ed anche, direi, di tragica attualità: la trasmissione
della levantinità. Come già anticipato, la levantinità impregnò
totalmente la comunità, formandone la cultura e l’auto-rappresentazione;
fin quando essa è stata vivente ed attiva, è stato impossibile
sottrarsi alla sua influenza a chiunque si accingesse a intraprendere
la descrizione della comunità degli italiani di Istanbul. La trasmissione
si può definire “levantinizzazione”, ed avveniva per nascita,
all’interno di un ambiente così peculiare, e per acculturazione
fin dall’infanzia. Ricordiamo inoltre che grazie proprio a quell’ambiente,
al livello di ricchezza ed all’accumulazione culturale raggiunti
dalla comunità levantina al suo apice (prescindendo ben inteso
sia dai lunghi secoli di declino precedenti la fine dell’800,
sia dai decenni successivi al 1930), ci si poteva aspettare una
fioritura culturale ancor maggiore di quella che è effettivamente
avvenuta. La levantinità, ipotizza Scognamillo, era anche una
questione di letture, di esposizione alle culture ed alle letterature
di diversi Paesi europei: i levantini avevano a disposizione librerie
con tutte le novità editoriali e di stampa di tutt’Europa, ed
erano generalmente accaniti lettori, oltre che viaggiatori e mercanti.
Gli autori levantini, pur nella loro individualità, si situavano
all’interno della levantinità, ma in un rapporto biunivoco: se
ne nutrivano ma anche la alimentavano.
Invece ormai i levantini sono incapaci di rendere vitale
la levantinità: la levantinizzazione non si verifica più, e la
cultura accumulata in tanti secoli non appartiene ormai che alla
memoria di qualche anziano. Scorrere la rivista della comunità
degli anni 2000, La Gazzetta di Istanbul,
ha costituito la migliore prova a contrario che la levantinizzazione
non avviene più: perché vi si trova recensito l’ultimo romanzo
di Coelho invece che annotato l’antico volume di Ghiselin de Busbecq?
Perché non si chiede a Scognamillo di scrivervi, ed invece le
rare volte che compare un articolo sulla levantinità (riscoperta
accidentale e parziale, ma piena di stupore, di qualche antica
conoscenza) le informazioni sono lacunose e spesso inesatte? Come
mai abbiamo di fronte, obiettivamente, una gazzetta di qualità
pari a un giornalino da liceo italiano all’estero?
Ovviamente la levantinizzazione per nascita non può più
avvenire perché le nuove generazioni sono assenti; per giunta
l’ambiente cosmopolita, multilinguistico e multietnico di Beyoğlu
è ormai scomparso, forse proprio con i saccheggi del 6-7 settembre
1955, epilogo della xenofobia e dell’ultranazionalismo della Turchia
repubblicana. Eppure ci sembra altrettanto evidente che parte
della colpa risieda anche nell’errata percezione della fine dei
levantini – abbiamo visto che già Loreley ne parlava negli anni
’30, cioè nel momento di massima presenza degli italiani a Istanbul.
I nuovi italiani che continuano ad arrivare in Turchia soprattutto
per soggiorni professionali limitati non si levantinizzano più,
non frequentano neanche più i levantini – che si isolano nella
propria sicumera, indispettiti dal fatto di non essere più “riconosciuti”;
i nuovi arrivati non apprendono né le lingue (e d’altra parte
a cosa servirebbero loro?) né le vestigia antiche, non conoscono
gli autori levantini e talvolta dubitano perfino della sopravvivenza
della vecchia colonia. Nessun nuovo membro terrà ancora a lungo
aperta la sede della Società Operaia, né custodirà i suoi cimeli
mazziniani e garibaldini. Vale a dire che la percezione errata
e prematura della fine della comunità ha determinato anche la
sua effettiva cancellazione, e senza levantinità risulta che nessun
altro legame è in grado di unire tra loro gli italiani di nuova
residenza (tanto meno di unirli coi levantini) per farne una collettività:
i futuri italiani ad Istanbul saranno insomma condannati a rimanere,
come li qualificano i levantini con tracotanza, “italiani di passaggio”,
“lost in translation”...
Note