Kúmá/editoriale
armando gnisci
Effetto
di seconda
Negli ultimi tempi si va facendo una certa confusione nella comunicazione
di massa mescolando scrittori migranti, scrittori africani, "scrittori
immigrati di seconda generazione" e altri ancora, in Italia.
Tutto, mi sembra, per lanciare qualche mediocre novità
libraria o qualche piccola e improbabile moda letteraria. Il 7
gennaio 2005, "Il Venerdì di Repubblica", con
le firme di Flavia Capitani ed Emanuele Cohen, ha pubblicato un
articolo con il titolo "E l'Italia gira pagina con gli scrittori
venuti dall'Africa", con un sopra-titolo impressionante:
"Italia: Rivoluzione (multi)culturale". Nel testo si
parla, appunto, di scrittori venuti dall'Africa, sovrapponendoli
del tutto arbitrariamente agli scrittori migranti, che sono venuti
da tutti i mondi e che scrivono e pubblicano in italiano dalla
fine degli anni 80. Si parla anche di scrittori di seconda generazione,
mettendo insieme la somala Igiaba Scego (che è nata in
Italia e ha fatto le scuole in Italia) e l'immigrato Dott. Kossi
Komla-Ebri, nato in Togo; si cita Erri De Luca, come loro sponsor
e scopritore; si parla di concorsi letterari per immigrati, di
el-Ghibli come rivista on line di scrittori afro-italiani, e di
una svolta (manca: epocale): quella che porta in scena non più
scrittori migranti, ma scrittori, visto che sono di seconda generazione,
tout court. Le imprecisioni intellettive e le pure invenzioni
illogiche si accumulano e fanno blob. Sono in grado di chiarire
qualche punto di snodo falso in questa modesta matassa di perniciose
approssimazioni disinformatrici.
Vedo bene che giovani narratrici baldanzose e simpatiche come
la Scego vogliano essere riconosciute come scrittrici tout court,
e cioè come Tamaro o Pariani, e altrettanto voglia Kossi,
embedded irregolarmente, per altro, dentro la seconda generazione
di scrittori afro-italiani. Ma sostengo che: la categoria di afro-italiani
non ha senso, tanto quanto di albanesi-italiani o brasiliani-italiani,
o indo-italiani ecc. Se loro due si propongono, e trovano articolisti
che li propongono così, sbagliano in due modi: a scrivere
in Italia venendo dalla migrazione sono non solo gli africani,
e essere dichiarati "scrittori tutto corto" in Italia
significa entrare dalla finestra dei gabinetti, e per ora rimanerci,
nel padiglione degli scrittori di successo: tipo Baricco, Vespa,
Busi, De Carlo, De Luca ecc. In più, il volumetto Imbarazzismi
di Kossi è di una ingenuità e di una inefficacia
davvero imbarazzanti. Leggete il libro della camerunese-italiana
Genevieve Makaping, edito da Rubettino nel 2001, Traiettorie di
sguardi. E se gli altri fossimo noi?, piuttosto, dove si ragiona
del razzismo italiano e dello spirito muliebre e avventuroso africano
in Italia, mirabilmente. Comparato con il quadernetto sciapo di
Kossi, fa un figurone, sembra un libro di Margaret Mead, o di
Spivak. In più, se Igiaba non fosse di origini migranti
e/o africane, il suo romanzo sarebbe valutato "tutto corto"
una qualsiasi pubblicazione giovanile. Di italiani che scrivono
a 30 anni ce ne sono troppi. Leggete, piuttosto, i racconti del
siriano Yousef Wakkas, o quelli dell'indiana Laila Wadia, scritti
in italiano e pubblicati da Cosmo Iannone di Isernia nel 2004.
E fate ancora paragoni. Vi prego. E se cercate poesia, leggete
l'albanese Gezim Hajdari: nel 1997 vinse addirittura il Premio
Montale per gli inediti. O l'olandese Arnold De Vos.
Il punto è un altro, comunque. Liberato il campo dalla
gratuita e insignificante etichetta di scrittori afro-italiani,
veniamo alla questione della "seconda generazione" degli
scrittori che sono venuti e vengono in Italia da tutti i mondi
del mondo. Fino a che essi sono propriamente migranti, rappresentano
un patrimonio inestimabile per la cultura europea, perché
la loro vita è una transesistenza, la loro lingua una translingua
(Wakkas dice che pensa in arabo e scrive in italiano: nella sua
mente si traduce e le lingue coinvolte ne vengono travolte, noi
anche, insieme) e la loro efficacia, se scrivono con creatività
e talento, forza e senso, se li si lascia liberi di usare e trasformare
la lingua italiana, se li si aiuta a pubblicare, in alcuni casi
è travolgente e ci impensierisce davvero. Ancora non conosciamo,
invece, la "seconda generazione", perché non
esiste. Tutto qui. Oppure è un'invenzione giornalistica;
rappresentata solo da Igiaba e da qualche altra giovane pseudo-africana,
insieme a qualche scrittore della settimana santa. Troppo scarsa
la testualità e il suo valore, ancora, e troppa moda, troppa
furbizia, troppa presunzione, troppa fretta. Troppo niente, ancora.
Tout court. E quando arriverà all'ordine del giorno in
Italia, non credo che essa sarà marcata dal conflitto colonialista,
dalla risposta anti-colonialista, dal bisogno e dalla spinta per
una controcultura europea, come lo è stata, e ancora lo
è in parte, quella degli afro-americani in Usa.
Godiamoci e parliamo con gli scrittori migranti, piuttosto, ora
fin che ce ne sono. Temo, infatti, che tra qualche anno saranno
ormai "tutti corti", seconde generazioni in fila per
trovare posto nelle librerie Feltrinelli e nella fiera dei premi
letterari "non ghettizzati".
Kuma
n.9-10/2005