L’impronta
della differenza, che percorre tutta la scrittura narrativa di Carmine
Abate, trae origine da una condizione autobiografica in cui si intrecciano
la storia sociale e antropologica della terra di origine, le vicende
esistenziali e il conseguente utilizzo di registri linguistici multipli.
Carfizzi, il paese dove lo
scrittore è nato nel 1954, è infatti uno dei luoghi
di aggregazione degli albanesi che si rifugiarono nelle terre in
possesso della figlia dell’eroe nazionale Scanderbeg dopo
il 1468 per sfuggire alla dominazione turca. Fedeli alle tradizioni,
alla lingua, alla religione, le comunità arbëreshët
(italo-albanesi) hanno difeso, nel tempo, pur nell’inevitabile
contatto con la civiltà italiana meridionale, i fondamenti
della loro identità, soprattutto garantita dalla sopravvivenza
della lingua parlata ancor oggi correntemente (l’arbëresh)
e dal permanere delle abitudini familiari e gastronomiche.
Ma sul piano antropologico,
far parte di una enclave etnica, equivale a sentirsi cittadino di
una duplice patria, quella del microcosmo del paese e quella della
nazione. La diversità vissuta quotidianamente nel contatto
tra due culture interiorizza la percezione della frontiera, individuata
nella continua dinamica psicologica tra io/altro, dentro/fuori,
ragione/fantasia, linguaggio/lingua, mondo/coscienza, monologo/dialogo,
passato/futuro. Dall’immersione in questo groviglio percettivo
deriva in Abate, più che un senso di inappartenenza, una
tensione verso una soggettività pronta ad accogliere lo scambio,
l’incontro, spazio in cui il molteplice è elemento
genetico di identità sempre mutevole. L’archetipo del
viaggio che marca collettivamente la storia delle origini del mondo
arbëresh, il cui passato porta lo stigma della migrazione,
si riattualizza nell’esperienza soggettiva dello scrittore
che vive il dramma di una famiglia i cui componenti sono costretti
dalla mancanza di lavoro e dalla povertà del sud d’Italia
ad emigrare. Il padre di Abate partirà per la Francia e poi
per la Germania dove verrà raggiunto dalla moglie e dove
lo scrittore vivrà per una decina d’anni, prima di
rientrare in Italia e scegliere di risiedere in Trentino, zona comunque
di confine, con caratteristiche economiche e sociali tuttavia molto
diverse.
Nel volume I
Germanesi, pubblicato
in Italia nel 1986, e riedito nel 2006 dall’editore Rubettino,
Abate, in collaborazione con la sociologa Meike Behrmann, divenuta
nel frattempo sua moglie, aveva puntato il suo sguardo sul dramma
sociale, linguistico e psicologico di una comunità di calabresi
emigrati in Germania, in cui la crisi identitaria è percettibile
anche nella lenta, inesorabile deprivazione verbale che si instaura
in chi è sempre sul confine tra lingua madre, lingua nazionale,
lingua della comunicazione socializzata, uno degli effetti più
deleteri a livello psicologico della forzata emigrazione.
Ma l’analisi esterna
della realtà, che presuppone una distanza tra soggetto ed
oggetto, ad un certo punto si interiorizza, quasi che lo sguardo
finora proiettivo dell’io narrante divenisse introiettivo,
costringendo il soggetto a far parte della vicenda narrata. Dal
saggio antropologico al romanzo.
La dimensione autobiografica,
pur metaforizzata tramite la forza dell’immaginario e sublimata
dalla scrittura letteraria, resta dunque il patrimonio ispirativo
di numerosi romanzi e costituisce una sorta di nucleo macrotematico
invariante che unisce i diversi momenti narrativi.
Già in Il
ballo tondo (1991) il
punto di vista del bambino Costantino mette a fuoco personaggi e
vicende di una famiglia disgregata dalla emigrazione, collocata
in uno spazio-tempo che oscilla tra Germania e Calabria, tra proiezione
verso un futuro radioso e la conoscenza di un passato in cui recuperare
il valore delle narrazioni orali, dei miti, dei riti folklorici
delle comunità arbëreshët.
Temi presenti anche nel romanzo
La moto di Scanderbeg
(1999) dove l’archetipo dell’eterno ritorno, o meglio
della circolarità della storia che si ripete, dell’indissolubile
legame, d’impronta bergsoniana, tra passato presente e futuro,
è concentrato nella iterazione onomastica (tutti i personaggi
maschili si chiamano Giovanni), quasi che nel riconoscimento identitario
del nome proprio possano nascondersi le tracce di una epopea collettiva
ed individuale trasmissibile per via ereditaria, tassello di un
DNA storico ed antropologico in cui è segnato il destino
dei protagonisti.
Più proiettato verso
la contemporaneità è invece Tra
due mari (2002), in cui
l’erranza, intesa come ricerca inquieta di un ubi
consistam ma anche come
desiderio insopprimibile di conoscenza nello spazio e nel tempo,
si configura nella stessa narrazione e nella tecnica di una globale
mise en abîme.Questa
è rappresentata dal dono che il personaggio di Giorgio Bellusci
fa al giovane Florian come pegno di custodia dei luoghi e dei tempi
della memoria, e dunque ancora una volta della continuità
della storia, del diario di viaggio di Alexandre Dumas in Calabria
nel 1835, dimenticato nel Fondaco del Fico, una stazione di posta,
una tappa dell’incessante peregrinare, che il protagonista
vorrebbe ricostruire per ribadire non solo la continuità
delle memorie ma anche la vicinanza tra i due mari, lo Jonio e il
Tirreno. La presenza dello scrittore francese in Calabria è
stata fra l’altro documentata dall’antropologo Vito
Teti in un suo saggio letto occasionalmente da Abate.
Nel recente (2006) Il
mosaico del tempo grande,
con un titolo in cui la dimensione dello spazio è messa a
fuoco dall’immagine del mosaico, le cui tessere, come i racconti,
vengono disposte nella composizione artistica a cui lavora il personaggio
Gojàri, e quella del tempo rinvia all’epica, in parte
leggendaria, che avvolge la figura del condottiero Scanderbeg, si
ritrovano tutte le linee portanti della narrativa di Abate: il confronto
generazionale tra giovani e vecchi, gli uni assetati di futuro,
gli altri portatori di passato e dunque di conoscenza, la spazialità
ambientale della Calabria “arbëreshe”, il passaggio
dall’adolescenza alla maturità, gli odori e i sapori
di una civiltà millenaria, la presenza dell’enigma
come ingrediente narrativo acceleratore di lettura, l’emigrazione,
l’ibrido linguistico, leggermente attutito rispetto, ad esempio,
allo stile di La festa
del ritorno, pubblicato
da Mondadori nel 2004.
Sul piano linguistico la creolizzazione
culturale si concretizza in una scrittura in cui, come hanno già
segnalato alcuni dei critici più attenti, i registri linguistici
si intrecciano mantenendo una loro funzionalità
“Fino
a sei anni sapevo parlare solo l’arbëresh.
A scuola, come quasi tutti gli arbëreshë,
ho poi subìto una scolarizzazione esclusivamente in lingua
e cultura italiana, cioè straniera, mentre a casa e con gli
amici, nel vicinato, per le strade del paese, continuavo a parlare
quella che noi chiamiamo “la lingua del cuore”. L'altra,
la lingua che parlavano i maestri, prima, i professori poi, e infine
i datori di lavoro, era “la lingua del pane”: importante,
certo, ma non radicata dentro come la lingua arbëresh.
Tant’è che la scelta, all'inizio forzata e poi sempre
più consapevole, di scrivere in italiano l'ho vissuta come
una sorta di tradimento nei confronti dell’arbëresh”1.
Ne
La festa del ritorno
(Milano, Mondadori, 2004 ) Abate racconta, ambientandola in un paese
della comunità albanese della Calabria che egli chiama Hora
e che occulta fin dalle prime pagine con l’indicazione della
“scalinata della chiesa di Santa Veneranda” e del “bar
Viola” un diretto riferimento a Carfizzi, dove appunto si
parla l’arbëresh, una storia di emigrazione di un padre
costretto a vivere e a lavorare in un paese straniero, lontano dalla
famiglia, ma che, seppur per brevi periodi, ritorna sempre a casa
in occasione delle feste di Natale per partecipare alla accensione
del grande fuoco di Natale sul sagrato della chiesa. Quel fuoco
risveglia in lui i ricordi e il desiderio di raccontare, di far
conoscere la sua biografia a suo figlio e agli altri compaesani.
Il nucleo tematico della
narrazione verte, come spesso avviene nei romanzi di Abate, sulla
questione sociale dell’emigrazione, percepita come una serie
ininterrotta di lacerazioni del rapporto affettivo, che si instaura
nei rapporti interpersonali e familiari dei protagonisti, inferte
da una sorta di condanna esistenziale al distacco dalla propria
terra, che si riverbera sul destino del figlio costretto anche lui
a partire per vincere la miseria e l’emarginazione.
Il dolore della partenza è
l’elemento genetico della scrittura e della narrazione e attiva
la cognizione cronologica nel bambino che chiede conto al padre
delle sue periodiche assenze:
“«Ma perché devi
ripartire sempre, eh, pa’? Pse?».
[…]
Lui
mi prese la faccia tra le mani e mi guardò dritto negli occhi.
Disse con voce profonda, quasi commossa: «Immagina che un
uomo senza scrupoli, un bagasciaro nato, ti punta la pistola alla
tempia e ti dice: «O parti o premo il grilletto!» Tu
che fai?».
[…]
«Parti»
si rispose da solo. «Parti, naturalmente, come sono partito
io e tanti giovani del paese, ché non avevamo scampo. Il
lavoro di contadino, con quel poco di terra che abbiamo, ci bastava
appena per non morire di fame. Avevamo case piccole come zimbe,
vecchie e senza comodità. E non ci voleva molta spertizza
a immaginare che voi figli avreste fatto la nostra stessa vita caprina.
Mentre il mondo progrediva. Progrediva pure da noi».
[…]
Mia
madre ci faceva la testa acqua con questa storia della vita di sacrifici
che mio padre sopportava in Francia per tutti noi, per il nostro
futuro. Solo che non potevo accettarla, questa storia. La trovavo
ingiusta e crudele. Il futuro, per un bambino, è una parola
vuota. Io volevo stare accanto a mio padre ogni giorno della vita
presente. Sempre”2.
L’autore
affronta, attraverso il racconto che un padre fa al figlio della
sua vita di emigrante, fatta di continue partenze e ritorni, il
dramma della dislocazione, dell’impossibilità di percepire
la spazialità come luogo fisso in cui, come dice Glissant,
“un pensiero del mondo incontra un altro pensiero del mondo”3.
Il luogo però è
necessario perché la relazione si instauri a livello di immaginario
tra il luogo e la totalità mondo. E nella vita dell’emigrante
il luogo non è un territorio ma uno spazio in movimento,
quello che sul piano psicologico determina la “identità-rizoma”
cioè una identità costituita da vari innesti, polistrutturale,
ben diversa per struttura e origine, dalla cosiddetta “identità-radice”,
unitaria e monostrutturale. La circolarità del viaggio, l’impossibilità
di bloccare la dinamica avvicinamento-allontanamento in rapporto
ad una spazialità statica, determinano una percezione del
luogo come molteplicità, così come l’identità
non è più unica, ma frantumata, molteplice, stratificata
dalla autobiografia relazionale dei personaggi.
Ma, come ammonisce Tullio,
il padre, in uno dei tanti colloqui con il figlio, disseminati e
cadenzati dalle occasioni del ritorno, “la strada del ritorno,
quella non si deve mai scordare, bir, altrimenti ti perdi in un
bosco fitto e spinoso, ti senti fucare, se non hai uno sbocco di
fuga alle tue spalle”4.
E’
questa la ragione per cui, in una prospettiva vagamente proustiana,
la madre dell’io-personaggio prepara le conserve per il ritorno
del padre a Natale. La fissità della festa rituale attraverso
la quale si rinnova la condensazione del mito è unica garanzia
per ritrovare il tempo-spazio trascorso, attraverso i cibi e i sapori.
Il rapporto padre-figlio,
con la sua conseguente dimensione di educazione sentimentale e sociale,
si sviluppa dunque in un ritmo di consapevole precarietà.
La percezione dell’assenza periodica del padre da parte del
figlio è correlativa allo straniamento spaziale e psicologico
del padre. Sicché ogni ritorno del genitore è sentito
dal fanciullo come una epifania gnoseologica che egli vorrebbe definitiva.
Sul piano stilistico questa tensione alla stabilità emotiva
e relazionale è espressa dalla insistenza frequenziale del
verbo ri-conoscere o da brevi sequenze che esprimono in poche righe
la felicità del figlio per la presenza accanto a sé
del padre:
“Il
giorno dopo mi svegliai molto presto, entrai scalzo nella stanza
dei miei genitori e mi avvicinai al lettone per
accertarmi che mio padre fosse vero, in carne e ossa; per sicurezza
lo toccai con un dito sulla schiena e poi andai a dormire felice,
abbracciando il pallone di cuoio.
Avevo paura che fosse tutto un sogno”5.
“Camminavo al fianco di mio
padre, solo questo mi importava”6.
L’io
protagonista attiva nella sua psicologia un meccanismo di rimozione
dell’angoscia creata dal rapporto disforico tra soggetto e
assenza del genitore e tende a selezionare solo frammenti non precari
di euforia interattiva:
“Nelle
settimane successive mi abituai alla presenza di mio padre e cercai
di convincermi che era ritornato per sempre. Succedeva così
a ogni ritorno. Volevo dimenticare i lunghi periodi senza di lui,
cancellare dalla mente la parola Francia, anzi “Fròncia”,
come diciamo noi, e non mi azzardavo mai a chiedergli se per caso
aveva intenzione di ripartire. Se poi mi rispondeva “Sì,
devo”, avrei sofferto fino al giorno della partenza”7.
Il
ragazzo volge il suo sguardo proiettivo verso una natura idillica,
foriera di serenità nel suo ciclo vitale,
“Non
ricordo parole, all’inizio, solo il sottofondo musicale degli
uccelli e i colori sgargianti d’aprile: il rosso delle colline
di sulla, il giallo e l’arancione delle margherite, il bianco
fiorito dei ciliegi, il verde lucido dei lecci e poi il cielo, di
un azzurro luminoso che rallegrava le pupille”8.
E
questa focalizzazione del paesaggio calabrese, descritto con un
forte tasso di visività e iconicità, soddisfa il desiderio
infantile di rapportarsi con uno spazio definito, in qualche modo
posseduto tramite lo sguardo, una sorta di locus
amoenus
garantito dalla presenza del padre, in cui si condensa il mito dell’innocenza
preadamitica. Per contrasto, l’assenza del genitore attiva
il ruolo compensatorio dell’immaginario e del sogno, in un
processo di interiorizzazione che fa da filtro ad una esistenza
cadenzata da un continuo alternarsi di felicità e sofferenza.
Lo
spazio dell’emigrante è invece sospeso, il rapporto
tra io e paesaggio è continuamente frantumato, così
come il tempo rettilineo della permanenza è interrotto da
improvvise partenze tra Calabria e Francia.
Il
desiderio del ritorno, la nostalgia, non presenta unicamente caratteri
consolatori. E’ anzi motivo di continua sofferenza per il
figlio che avverte l’assenza della figura del padre ogni volta
che questi si distacca da lui e per il padre che è condannato
a muoversi in una ‛epoché’ spazio-temporale in
cui il luogo non è più territorio ma uno spazio in
movimento, quello che determina appunto una identità relazionale.
L’ansia continua del nostos,
che interviene sulla percezione psicologica del tempo da parte del
fanciullo (“Di solito era l’inverno la stagione del
ritorno […] pure il tempo accelerava”9)
si trasforma in un processo archetipico e diviene una forma di conoscenza,
che lega sentimento e comprensione, condensata nelle parole di John
Fante, anche lui scrittore figlio di italiani immigrati negli Stati
Uniti, poste da Abate ad epigrafe del suo romanzo: “Per scrivere
bisogna amare, / e per amare bisogna capire”.
Il
tema del viaggio come condizione esistenziale, come condanna sociale,
trama tutto il romanzo.La
stessa crescita esistenziale del protagonista Marco è un
cammino nella quotidianità che si fa giorno per giorno storia,
un tragitto verso la libertà, forse utopica, delle proprie
scelte, cadenzato dal progressivo accumulo di esperienza di un bambino
che utilizza il suo punto di vista sul microcosmo familiare come
forma primaria di conoscenza.
E se l’andare
senza meta, come capita al personaggio misterioso, al “paccio”
che va, come egli risponde ad una domanda di Tullio, “dove
lo portano i piedi”, può essere motivo di serena immersione
nella natura, la condizione dell’emigrante produce inesorabilmente
sofferenza, continua amarezza per il distacco dai propri cari e
dalla propria terra:
“E
la vita passa e noi non ci godiamo né i figli né la
moglie né questa bella terra germogliata e un po’ pellizzona”10.
Lo
spostamento, la dislocazione, la mancanza di uno spazio-tempo fisso,
determinano fenomeni di alienazione, di frantumazione del rapporto
identità-comunità su cui si basa il riconoscimento
sociale dell’individuo.
Ciò
costringe l’emigrante a sentire la propria “diversità”
sia nei confronti di coloro che sono restati sia nei confronti degli
abitanti che lo hanno accolto; insomma è un forestiero in
casa e fuori.
Ma
su questo piano si può sostenere che La
festa del ritorno
ha come parola-chiave proprio la “diversità”.
E’ diversa la comunità arbëresh di Hora (metafora
di Carfizzi) rispetto al territorio circostante, è diverso
Tullio, che non vede l’ora di diventare ex emigrante, dagli
altri padri, è diversa Elisa dagli altri familiari, per il
fatto che studia all’università di Cosenza e che “non
vedeva l’ora di partire”, è diverso Marco che
vorrebbe il padre sempre vicino e che invece ripeterà l’esperienza
del padre, annientando con la realtà della sua emigrazione
il sogno coltivato dal padre:
“Un
giorno avrei comprato una valigia di finta pelle. A diciott’anni
e sette mesi, per essere precisi. Lui mi chiede a cosa serve quella
valigia, fingendo di non saperlo. Al posto delle parole mi esce
un sorriso d’imbarazzo. Avvicino il pugno alla tempia come
se stringessi una pistola e aspetto che parli. Per un po’
mio padre resta intrappolato in un sogno lontano che cancella le
parole, i ricordi malamenti, il fuoco di Natale. Infine fa la voce
arrogante del bagasciaro nato: «Senti a me, bir, non partire»”11.
Conseguentemente
l’idea di patria (in cui è inserito semanticamente
il concetto di paternità) non può più essere
radicata in una spazialità definita territorialmente ma va
elaborata attraverso un processo memoriale che accumuli materiale
utile per la identificazione del sé.
La
sopravvivenza identitaria è così garantita dal sussistere
del soggetto nella diversità, attraverso una dinamica di
contaminazione della categorie cronotopiche. Centralità e
marginalità, storia e mito, paesaggio e memoria, scrittura
e oralità, si intrecciano continuamente sulla pagina creando
nel lettore la percezione di una narrazione epica e corale.
In
questo senso la patria, il microcosmo del caos-mondo, è nella
opzione plurilinguistica del romanzo, in cui è presente un
agglomerato di lemmi italiani, arbëresh, calabresi, di calchi
francesi e tedeschi. Si tratta di una lingua che ha conosciuto un
personale processo di “creolizzazione” e che sul piano
formale è lo specchio della compresenza dell’altro
in un soggetto sottoposto ad un continuo processo di disseminazione
e tuttavia pronto ad una attitudine inclusiva.
Abate
fa proprio, in una forte proiezione di contemporaneità, il
monito di Primo Levi che aveva sostenuto che “l’ibrido
è l’uomo dopo Auschwitz”12.
Non
si tratta di un espediente stilistico secondo la tipologia del pastiche.
Ogni inserto differenziale-linguistico è funzionale alla
narrazione. Spesso le frasi in arbëresh, che portano lo stigma
della emotività e della familiarità, non sono tradotte,
se non in parte, perché la loro semantizzazione è
affidata al contesto. Oppure l’adozione di termini derivati
da altre lingue che sono quelle con cui il personaggio del padre
è venuto in contatto durante le sue esperienze all’estero
è motivata dal fatto che questi lemmi veicolano la dimensione
sociologica dell’emigrazione.
L’elemento
unificante di tante diversità biografiche, generazionali,
linguistiche, resta il racconto, l’atto perlocutorio, offerto
all’altro attraverso la propria esperienza, il colloquio tra
molti per comprendere e comprendersi.
C’è
nel romanzo un sequenza, quella della scolarizzazione, che può
considerarsi emblematica del disagio che un giovane prova se subisce
una delocalizzazione spaziale e linguistica, magari esercitata per
realizzare una integrazione sociale ma che viene vissuta dal protagonista
come una esperienza deludente,
“Ero
entrato in classe con apprensione e curiosità, e mezz’ora
dopo già sbadigliavo: non capivo un’acca di quello
che la maestra spiegava. Penzavo ca a la sckola si parrasse taliano
come parravano l’anziani cu i furesteri c’accattavanu
e vindianu a robba ‘nta la chiazza o puramenti i teatristi
ca cantavano “che bella cosa è na jurnata ‘e
sole” o u papà miu quandu si facia a varva, “l’aria
serena para già na festa”, na festa ranna come quando
illu riturnava da la Fròncia.
Invece
la maestra usava parole straniere a me sconosciute. «Facciamo
l’appello.» L’appello? «E chi vo’
chista cca e mia?» mi sforzavo di chiedere in “taliano”
alla bambina di quinta che la maestra mi aveva messo accanto”13.
compensata
soltanto dal piacere di ritrovarsi con i coetanei dello stesso gruppo
linguistico, dando sfogo alla pulsione del racconto orale, quello
che per secoli ha rappresentato la forma più socializzata
e più formalizzata della tradizione popolare.
“La
mia classe era piena di ripetenti che in genere avevano due o tre
anni più di me. In italiano non riuscivano a dire una frase
corretta, ma erano bravissimi a raccontare storie nella nostra lingua,
storie interminabili, avventurose e a volte erotiche, che interrompevano
solo quando suonava la campanella”14.
La
struttura del romanzo, nel succedersi delle partenze e dei ritorni,
nella presenza costante del tema del viaggio, nel procedere delle
esperienze esistenziali del protagonista sotto la guida del genitore,
presenta un andamento che lo avvicina al romanzo di formazione.
Ma i personaggi sono come collocati in un presente mitico. Attorno
al fuoco della festa del ritorno le vicende di ognuno di essi, rese
emblematiche dalla parola scritta, si purificano e assumono un valore
archetipico. Ma se la figura maschile del padre si definisce attraverso
un ininterrotto narrare la propria storia ai componenti della comunità,
le figure femminili, in particolare quelle familiari, (la mamma,
la nonna, Elisa, la Piccola) sono vestite di lunghi silenzi, immerse
nella coazione a ripetere gesti senza tempo, icone di una esistenza
condotta secondo i ritmi della natura, tracce persistenti del mito
della grande madre terra.
Ed
è ad una figura femminile, indimenticabile per il lettore,
che Abate affida la funzione di attante, di elemento dinamico della
narrazione e insieme di connettivo tra le varie sequenze, quella
della cagnetta Spertina.
Tutta
l’esperienza è come affidata e concentrata nel nome
di questa fedele compagna che, nella prima e nella seconda parte
del romanzo, spesso, apre e chiude, con i suoi gesti istintivi,
la cronotopia dei vari capitoli.
Anche
il tempo diventa circolare, quasi che grazie al mito, possa il passato
tornare per indirizzare il futuro, spingere a compiere scelte non
obbligate da “una pistola alla tempia” ma consapevoli
e libere, atti volontari di uomini responsabili della propria esistenza.
In
una struttura narrativa a blocchi, sottolineata anche dall’utilizzo
della ripresa, in particolare tra il primo e il secondo capitolo,
oscillante tra reale e immaginario, unico punto fisso è il
racconto, di uno e di molti, attorno al fuoco di Natale che brucia
parole e pensieri:
“Poi,
rivolto ai suoi tre amici, ripeté che il fuoco era davvero
superbo, një ziarr shumë i bukur, davvero, un fuoco che
pareva fatto apposta per… Così. Con uno stop brusco.
Afferrò la bottiglia di birra e la scolò fino all’ultima
goccia.
Restammo
tutti zitti nell’attesa che concludesse il pensiero e guardammo
il fuoco con gli occhi trasognati, come se lo vedessimo per la prima
volta. Mio padre non parlava. Le fiamme più alte dondolavano
spinte dal vento. Sentivo distintamente la loro voce frusciante
e segreta”15.
Abate,
attraverso il reticolato delle narrazioni orali, non solo realizza
la mise
en abîme
del suo racconto ma conferma la funzione gnoseologica di queste,
intese come testimonianza evenemenziale e trasferimento dell’esperienza.
Il
rito del grande falò, secondo la tradizione folklorica, è
la malinconica iterazione di un mito della comunità-famiglia
che spera in una rinascita; un rito che nel momento stesso in cui
viene celebrato presuppone il successivo gesto dell’abbandono.
Ciononostante la fiaccola dell’utopia non si riduce in cenere.
Anzi. Attraverso la narrazione bruciano le scorie di una esistenza
fatta di dolorose attese e di altrettanto dolorose disillusioni
e risplendono aduste le speranze individuali e collettive in un
mondo meno ingiusto, in cui ogni uomo abbia il diritto all’amore
e alla pace.
Note
1
Abate, C., Storie
di germanesi,
“L’Indice”, dicembre 2000.
2
Abate, C., La festa del
ritorno, Milano, Mondadori,
2004, pp. 32-33 passim.
3
Glissant, E., Poetica
del diverso, Roma, Meltemi,
1998, p. 28.
4
Abate, C., La festa del
ritorno, cit., p. 60.
12
Vedi Belpoliti, M., Primo
Levi, Riga 13, Milano,
Marcos y Marcos, 1997, p. 189.
13
Abate, C., La festa del
ritorno, cit., pp. 71-72.
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