Claudia Russo
Tutta colpa di Voltaire
Brevi riflessioni sul film e sul suo regista Abdel Kechiche
L'autrice, vincitrice del Premio Grinzanescrittura 1998,
collabora con diverse riviste di cinema online
Vincitore del Premio De Laurentis-Miglior opera prima alla 57 Mostra internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, Tutta colpa di Voltaire (La faute à Voltaire)dell'esordiente e promettente regista tunisino Abdel Kechiche, è un film davvero migrante...chi si è accorto della sua esistenza e del suo silenzioso e tristemente rapido passaggio sui nostri grandi schermi?
Un film su un immigrato tunisino (o forse era algerino? o marocchino?) che esce nelle sale delle nostre città durante l'estate, quando cioè noi pigri discendenti dei viaggiatori siamo tutti impegnati a fare i turisti da qualche parte del mondo conosciuto: un flop previsto e prevedibile!
Kechiche bocciato dal grande pubblico:quello che decreta il successo di una pellicola, quello che detta le leggi del mercato...(ma il valore d'uso di un'opera d'arte -perché il Cinema è l'arte della modernità- non doveva essere quello di servire solo a se stessa?!)
Kechiche promosso dalla giuria della laguna che per una volta "c'ha visto bene"; Kechiche promosso da quanti (pochi) abbiano fruito il suo lavoro senza per questo esserne influenzati (ricordiamo che il regista è a sua volta un migrante, un ingenuo Candido che ha cercato l'Eldorado e ha trovato la Francia) ma cogliendo, dietro ogni singola immagine e inquadratura (e ce ne sono alcune esteticamente molto valide)un significato più profondo.
Il giovane cineasta, già abile sceneggiatore e interprete teatrale e cinematografico in Francia, racconta la storia di un viaggio-miraggio (che non è il suo, ma avrebbe potuto esserlo)regalandoci,non imponendoci,una poetica che è poesia e azione insieme,è arte e vita mescolati, è vista e udito per comunicare...tenendosi in comunicazione!
"Come un Candido che sogna l'Eldorado, Jallel decide di partire alla volta della Francia per tentare la fortuna" spiega il regista riassumendo la trama del suo film.
"E, mentre i suoi sogni di successo resteranno irrealizzati,questa esperienza gli permetterà di scoprire e condividere la solidarietà dei diseredati".
Tutto ruota intorno ad un concetto fondamentale:è un diritto inalienabile per l'uomo cercare una vita migliore, è un diritto inalienabile per l'uomo circolare liberamente!
I "sans papier", i clandestini, gli immigrati:una massa informe e deforme che si riversa (lo dice anche la Fallaci-Giovanna D'arco; ma questa è un'altra,complicatissima,attualissima storia...) sulla nostra terra, sul nostro sacro-suolo nazionale proprio mentre siamo globalmente impegnati a parlare-straparlare di moneta unica, neoliberalismo(che è poi solo neoliberismo),abbattimento delle frontiere...perché non parliamo mai di uomini,cioè di persone, di individui pensanti e amanti e...vibranti?!
Il procedimento del regista tunisino, che dal generale precipita nel particolare e ci presenta ciascuno per ciò che è e il gruppo per ciò che simboleggia, mi ricorda qualcosa che ho letto poco tempo fa e che...si! Dice proprio così:
"L'onda della marea dei rifugiati" esordisce il premio nobel Derek Walcott (anglofono di Santa Lucia nei Carabi) in un testo da lui scritto in occasione della mostra fotografica In cammino di Sebastiào Salgado ospitata presso le scuderie del Quirinale a Roma l'anno scorso e riguardante le popolazioni del mondo costrette a lasciare le loro patrie e a mettersi in cammino...
Ma poi continua "gli occhi di carbone...le facce smunte...lo sguardo fisso dei bambini emaciati": sta parlando di persone vere!
"La sedia a dondolo e la macchina per cucire...campane di pietra...guglia del campanile":anche loro hanno oggetti concreti da usare!
"Si sono tutti ridotti alla comune e incredibile lingua della memoria": cercano le tracce,cercano la propria individualità senza paura di trovarla attraverso l'incontro imprevisto con l'altro...chi di noi gente bene saprebbe,bene,fare altrettanto?
ABDEL KECHICHE
Abdel Bechiche nasce a Tunisi nel 1960.
Prima di dedicarsi alla carriera di regista fa numerose esperienze come attore di teatro e di cinema.
Debutta a teatro nel 1978 con Sans titre tratto da Garcia Lorca per la regia di Muriel Channey seguito da Un balcon sur les Andes di Eduardo Manet messo in scena da J.L.Thamin al teatro nazionale dell'Odeon.
Èdel 1984 il suo debutto sul grande schermo interpretando il ruolo di protagonista nel film Le thé à la menthe di Abdelkrim Bahloul. Da questo momento in poi alterna ruoli cinematografici a interpretazioni a teatro.
Nel 1991 collabora di nuovo con Abdelkrim Bahloul in Un vampire au paradis e nel 1992/93 ottiene prestigiosi premi internazionali per il ruolo principale in Bezness di Nouri Bouzid. La faute à Voltaire è la sua prima prova dietro la macchina da presa.
Il suo primo film è stato girato e ha coinvolto le persone della comunità Emmaus che hanno conferito alla pellicola quel carattere di autenticità che ne costituisce la forza e il valore.
Luoghi come la comunità Emmaus, nati per gestire situazioni precarie e provvisorie, "sono diventate vere istituzioni in cui la gente vive,coltiva le proprie abitudini, prepara feste, organizza giochi..."
Questo il duro commento del regista sulla durezza del sistema anti-migrazione:"I mezzi di comunicazione e gli scambi fra i popoli hanno già abbattuto le frontiere...cercare di conservare i confini geografici mi sembra un errore, e cercare di farlo in modo repressivo, crea abusi inaccettabili".
Tutta colpa di Voltaire
(La faute à Voltaire, Francia, 2000, colore, Dolby SRD)
Regia e sceneggiatura:Abdel Kechiche; produttore: Jean-Francois Lepetit, Flanch Film; direttore della fotografia: Dominique Brenguier e Marie-Emmanuelle Spencer; suono:Joel Riant; montaggio: Tina Baz Legal, Annick Baly; mix: Jean-Paul Hurier; direttore di produzione: Eric Dangremont; interpreti: Sami Bouajila (Jallel), elide Bouchez (Lucie), Aure Atika (Nassera), Bruno Lochet (Franck); durata:130 min.
Il viaggio di Jallel tra i diseredati e gli emarginati di una Parigi insieme caotica e vitale, crudele e sincera, non è il solito percorso di formazione del giovane che diventa grande, né l'indigesto spaccato sociologico-politico sulla condizione dei "moderni" immigrati ...è un gioioso-giocoso ritratto dell'ars vivendi di un clandestino che, nella sua individualità e unicità, parla per tutti, parla a tutti...
"Basta con i film lacrimevoli sulla massa dei sans papier!
Non esistono immigrati clandestini. Ci sono solo degli uomini, delle donne, degli esseri umani che vorrebbero una vita migliore e per questo sfruttano un loro diritto fondamentale, quello di circolare liberamente"- rivela l'attore, sceneggiatore, e ora anche promettente regista Abdel Kechiche.
Il suo dunque, nell'accezione corrente del termine, non è affatto un film corale e, se i personaggi che animano le scene "rumorose e impressionistiche" (in realtà meglio la prima parte che non la seconda) di questo ricco quadro en plein air sono tanti e tutti diversi, lo sguardo vibrante del regista non è mai sommario e superficiale: Kechiche non scivola su ambienti e personaggi, ma vi rimane piuttosto impantanato, invischiato, intrappolato fino quasi all'estenuazione delle scene d'amore troppo lente, di quelle "quotidiane" troppo particolareggiate, di quelle "sociali" troppo enfatizzate.
Tutta colpa di Voltaire narra la solidarietà che unisce il buon Franck all'ingenuo Jallel (non a caso sarà lui a prestare all'amico malato la propria tessera sanitaria), l'altruismo che lega Barbara agli inquilini del suo ostello (è lei ad organizzare il combattuto torneo di bocce con tanto di premi per i vincitori), la sincera attrazione che congiunge spiritualmente e fisicamente due anime "senza pelle" come Jallel e Lucie (una straordinaria Eloidie Bouchez nel difficile ruolo di una disturbata mentale che grazie all'amore e all'affetto conosciuti fuori dalle mura della casa di cure dov'era rinchiusa, si apre ora al mondo con ritrovata fiducia e speranza forse perché, come dice lo scrittore bosniaco Dzevad Karahsan "La prova della tua esistenza non sta nel fatto che tu pensi,come pensava un signore molto intelligente. La prova che esisti veramente te la dà il fatto che qualcun altro pensa a te").
È l'ottimismo e la voglia di vivere sopra un abbandono difficile da accettare (il primo tempo, strutturalmente più serrato e ben ritmato del secondo, è incentrato sul rapporto tra il protagonista e la bella e sfortunata Nassera, fuggita all'improvvioso senza dare spiegazioni); sopra la fatica del vendere frutta nella stazione della metro o rose nei bar di Parigi (eppure -"Vendere rose è più bello perché posso lavorare e camminare contemporaneamente"- confessa candidamente Jallel all'amico Franck , sottolineando ancora l'esigenza di spazio e movimento propria degli spiriti liberi e intelligentemente curiosi); sopra l'incomunicabilità e la vergogna di una condizione ingiusta e disumana (le scene che ritraggono i comportamenti e gli atteggiamenti di Lucie dentro e fuori la casa di cura sono certamente l'aspetto più inquietante e incisivo dell'intera pellicola giocata come si è detto su toni ben più spensierati e ottimisti).
Pur giovandosi dell'impatto emozionale che una vicenda d'amore "difficile", ma non impossibile -anzi dichiaratamente possibile sin dall'inizio- suscita sul pubblico, e godendo della forza interpretativa della Bouchez, l'ultima ora di ripresa risente forse dell'inesperienza del neocineasta che, per eccesso di zelo ed entusiasmo, si lascia un po' troppo andare in descrizioni e ambientazioni sul "filo della noia" (anche se lodevole è la scelta di una rappresentazione non esotica e non nichilista di una realtà che è altra ai nostri occhi di italiani,o francesi,o inglesi nativi, ma è ben nota alle coscienze di tutti i migranti di tutti i Mondi...).
Se quindi subiamo passivamente la lunga sequenza del litigio durante il torneo di bocce e quella altrettanto estenuante dei successivi festeggiamenti, non restiamo di certo indifferenti davanti alla funzionalità dei primi piani che il regista regala ai suoi personaggi preferiti, né alla tenera sintonia che crea tra i due "esclusi" quando fa in modo che recitino poesie e vendano rose insieme.
I problemi legati all'illegalità e l'aspetto più propriamente politico del film, fanno da scenario ad una rappresentazione che offre più livelli interpretativi privilegiando sempre e comunque la forma "trasversale"del racconto a quella esplicita della denuncia.
Il non-lieto fine della vicenda poi, che "balza" alla vista e alla mente dello spettatore a spezzare con violenza l'idillio d'amore e tolleranza accuratamente costruito, conferma la coraggiosa scelta di realismo poetico (se così si può definirlo)manifestata da un esordiente appassionato e sensibile almeno quanto i suoi "umanissimi" personaggi.
Kúmá 3, gennaio 2002