Kúmá/Poetica

Yousef Wakkas

Ex-Letteratura

Yousef Wakkas, scrittore siriano, vive in Italia da molti anni

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Lo spostamento di gruppi di persone da un paese ad un altro, alla ricerca di lavoro e di migliori condizioni di vita, rispetto alla località di partenza è detto emigrazione, rispetto alla località di arrivo, immigrazione. In quest'atto antico quanto il mondo, chi emigra, di solito, mette in gioco tutto: la famiglia, la terra, l'avvenire, la vita e la stessa morte. Mia madre, più di una volta, mi ha espresso al telefono la sua preoccupazione, lamentandosi che, se mi dovesse succedere qualcosa, non saprà come piangermi. Per farlo, bisogna avere una tomba, una lapida su cui versare le lacrime. Anche tale pensiero, seppure doloroso, fa parte di questo dilemma preannunciato. Dunque, qui, nel nostro caso, si tratta di immigrati, o, secondo la definizione più diffusa, extracomunitari. Un francese che si trova in Italia, o un italiano che lavora in Germania, non è più un emigrato, ma un comunitario che, a differenza degli immigrati provenienti dal terzo mondo, non ha bisogno di attendere lunghe ore in fila indiana davanti alle questure per ottenere il foglio di permesso di soggiorno, né lottare per affermare la sua identità. Ormai, egli si sente un cittadino europeo, se non nei sentimenti, almeno nei simboli: moneta unica, bandiera, targhe di automobili, raggruppamento economico e militare.
Questo cartello imponente formatosi dopo secoli di guerre sanguinose e feroci competizioni economiche e coloniali, si è trovato ultimamente a fare i conti con un fenomeno che ha influenzato notevolmente la sua politica sociale, spingendo le autorità in vari paesi europei fino ad emanare decreti e leggi drastici, come quelli che prevedono la creazione di barriere fisiche e legislative per diminuire o addirittura mettere fine a queste ondate di disperati, rifugiati di guerre territoriali ed etniche che invadono sistematicamente i loro territori. L'Italia, per la sua posizione geografica, è stata l'avamposto di quest'invasione non dichiarata. Di conseguenza, da paese di emigrazione, all'improvviso, si è trasformato in un luogo di immigrazione di massa. Il fenomeno, fra l'altro, ha fatto nascere, com'è accaduto in Inghilterra e in Francia, due ex potenze coloniali, un movimento letterario costellato da ricerche e studi che tendono a esplorare i suoi confini e nello stesso tempo sottoporre ad analisi meticolose l'evoluzione rapida e turbolenta della società multietnica e ovviamente multiculturale.
Nella raccolta di racconti sull'emigrazione degli italiani all'estero, La chiave a Stella di Primo Levi, il protagonista Faussone racconta così allo scrittore la sua esperienza di lavoro all'estero: " Tutti i ragazzi si sognano di andare nella giungla o nei deserti o in Malesia, e me lo sognavo anch'io; solo che a me i sogni mi piace farli venire veri, senno, rimangono come una malattia che uno se la porta appresso per tutta la vita. Se uno sta a casa sua magari è tranquillo, ma è come succhiare un chiodo. Il mondo è bello perché è vario ".
È molto difficile condensare in poche parole la "varietà" del mondo che è all'origine della nostra civiltà attuale. Altrettanto impossibile risalire il tempo per ritrovare gli elementi stabili di ogni civiltà, per tracciare una specie di geografia culturale o per formulare la distinzione astratta fra la propria cultura e quella del paese accogliente. Dal momento in cui si formano le prospettive di nuove società, si formano anche nuove letterature che tendono a creare una specie di nodo tra diverse culture e tradizioni, seguendo sempre la scia dei nostri antenati.
A questo punto, possiamo disegnare la mappa di aree sociali e culturali, che costituiscono tra loro esperienze diverse, ma condivise sotto tanti aspetti.
La letteratura degli immigrati in Italia, poiché i suoi componenti vengono proprio da paesi dove regnano condizioni di vita precarie, aggravate da regimi obsoleti e totalitari, non può essere analizzata senza prendere in considerazione questo lato oscuro della sua struttura etica e morale. Dietro quei racconti e poesie, quelle descrizioni pecuniarie del viaggio, dei sogni, delle delusioni sul doppio versante, si cela l'anima di questa letteratura nascente.
In questo vasto e complesso scenario, sembra che il tema principale di cui si occupa il pensiero degli scrittori immigrati, sia lo spazio che invano hanno cercato in patria, per sostituire una solitudine protratta da un futuro incerto e da un passato inquietante. A questo, si aggiunge il senso dell'estraneità in una società che vede nel nuovo arrivato un pericolo costante. Questa letteratura, infatti, non sembra un movimento legittimo dal momento che essa si muove e si comporta alla stregua di una figura clandestina, indefinibile e inesplicabile. Il merito di questo comportamento va anche ai critici, perché, fin dall'inizio l'hanno trattato come una novità esotica, che desta semplicemente fascino, il fascino e la curiosità di un locale etnico. Tuttavia, questo scenario sommerso da una cronaca spettacolare che, finché dura, avrà sempre la priorità a qualsiasi evento letterario. La letteratura dell'emigrazione che mi piacerebbe chiamare " Ex-letteratura " (stando sempre negli orizzonti annebbiati degli ex), nelle sue vesti clandestine, può battere così una strada vergine, proponendosi come via alternativa alla letteratura ex-coloniale. Un intreccio sorto dai mutamenti sociali e dall'imprevedibilità di una globalizzazione che ci offre con la stessa spregiudicatezza dell'era coloniale, economia e soluzioni sociali preconfezionati, pronti all'uso che richiamano subito alla mente i tanti oggetti " usa e getta " che adoperiamo nella nostra vita quotidiana.
Nonostante il futuro ancora incerto (anche a livello di stabilità lavorativa e familiare dei singoli scrittori), l'Ex-letteratura potrebbe sviluppare riflessioni ed elaborare concetti aperti intorno al problema dei rapporti con la società italiana, o più vastamente, con quella occidentale. Per districarsi da questo stereotipo del povero immigrato che vuole imitare Dante, forse bisogna schiodare dalla mente il concetto definitivo dell'immagine così come ci viene offerta dalla mass-media, ignorando che l'incontro è stato sempre l'origine di tutte le civiltà. La civiltà araba ad esempio, è stata il frutto di una complessa elaborazione delle culture d'occidente e d'oriente: filosofia greca, scienza ellenista, astronomia persiana e matematica indiana nutrirono ed arricchirono questa civiltà dinamica che coltivò tutti i rami del sapere e influenzò notevolmente il mondo occidentale con i suoi numerosi filosofi e scienziati, come il filosofo e medico Avicenna (Ibn Sina 980 - 1037), e il grande matematico Al-khwarezmi (il termine "Algebra" deriva dal titolo del suo libro Algiabr wal-muqabala). Questi e tanti altri, hanno fornito all'Europa medievali modelli letterari e artistici di grande valore. Con questo esempio, non volevo rilevare l'importanza della civiltà araba, bensì sottolineare che la maggioranza di questi scienziati e filosofi erano di origine persiana, turkmanna e nordafricana, segno inconfutabile che la tolleranza e l'apertura, sono luoghi dove le parole riescono ad incontrarsi producendo un eco di suoni con ritmi sempre nuovi. Un'esperienza che è stata ripetuta in diverse parti nel mondo e nell'ambito di diverse civiltà, sempre e ovunque con maggiore successo.
In Italia, dopo una certa stabilità della euforia del flusso immigratorio, timidamente, e con passi misurati, si è visto nascere il nucleo di questo movimento letterario legato, almeno all'inizio, al concorso letterario organizzato dall'Associazione riminese Ex&Tra con la collaborazione dell'editore Fara. Questi scrittori, totalmente sconosciuti, ed alcuni di loro, come me, alle prime armi con Sua Eccellenza il Verbo, provengono dall'Africa, dall'Asia, dal Medio Oriente, dall'America Latina e dall'Europa dell'Est. A parte l'immigrazione, queste persone hanno in comune un altro elemento rilevante, cioè la scelta della lingua italiana, come lingua franca, perché permette il contatto diretto con il destinatario: il pubblico italiano. Non solo, ma anche per comunicare tra loro. Una lingua franca acquisita in una patria a noleggio e che riesce ad accomunare arabi, slavi, latino-americani, persiani, senegalesi, albanesi, africani, asiatici ed est-europei. Io, essendo recluso in carcere, non ho avuto modo di seguire da vicino l'evoluzione (anche se si trova ancora nella sua fase iniziale) di questa letteratura o partecipare agli incontri del nucleo che la compone di scrittori e poeti. Tutto quello che ho potuto sapere, era frammenti di discorsi e di iniziative con tema la difficoltà di farsi pubblicare, o in altre parole, l'ansia struggente di farsi conoscere al più presto dal pubblico italiano, e quindi ottenere la sua benedizione, il suo riconoscimento, perché, come accade con tutti gli eventi importanti, la parola finale spetta sempre al popolo, alla gente comune. Gli attestati dei premi, le targhe e le medaglie, sebbene portano incoraggiamento e gratificazione, rimangono pur sempre oggetti privi di significato senza l'approvazione della base. Però, nonostante sia irrinunciabile per promuovere la nostra letteratura, la pubblicazione, o la vaga aspirazione di avere un rapporto equo con l'editoria italiana, resta un ostacolo insormontabile finché non si creano delle condizioni più favorevoli. Questo può avvenire soltanto tramite le scuole, inserendo la nostra letteratura nei testi scolastici, o in volumi separati. Mentre a livello professionale, bisogna ampliare le nostre ricerche nel tessuto sociale che sta subendo mutamenti quasi a vista di occhio. Naturalmente, senza cadere nella trappola della banalità del cronista, preferendo la spettacolarità all'analisi metodica. Cito le scuole, perché il nostro messaggio che ha le sue radici in valori antichi e dolori recenti, troverà lì, e non nelle vetrine eleganti delle librerie il suo sbocco naturale. Questo messaggio, non sarà destinato soltanto agli scolari italiani, ma anche ai loro compagni di classe e di giochi, sempre più numerosi, i figli degli immigrati, cosicché, anche loro avranno modo di capire e riflettere su ciò che hanno passato i loro padri della prima generazione, di conoscere la loro tradizione, di essere fieri della loro cultura.
Durante le mie uscite in Permessi Premio (un beneficio che viene concesso ai detenuti per l'impegno lavorativo e la buona condotta dimostrati durante l'espiazione della pena), mi è capitata l'occasione di incontrarmi con i figli di alcuni immigrati. Se non fosse stato per la fisionomia inconfondibile degli arabi, sarebbe stato difficile riconoscerli o distinguerli dai bambini italiani. Parlavano in accento milanese, e non sapevano nemmeno una parola della lingua del padre. È questo un successo dell'integrazione, si direbbe. Invece quella felicità innocua spesso sfocia in scontri tra i genitori, o tra loro e i figli, perché il padre li vuole arabi sotto tutto gli effetti. È un conflitto già annunciato da parecchi anni e sovente viene usato dai mezzi di informazioni come un attrazione fatale alla Sharon Stone.
La diffusione di questa letteratura nelle scuole, affiancata dalla collaborazione dei pedagogici (che assieme alle associazioni no-profit, stanno dimostrando sempre più interesse verso il tema dell'immigrazione in generale), potrebbe facilitare molto questo fase delicata di transizione socioculturale, creare un punto di incontro, nel quale, la seconda generazione, può giocare il ruolo dell'intermediario culturale, la piattaforma di una società di mille volti, mille colori, generosa, solidale, priva di pregiudizi. Utopia? Può anche darsi. Però, come mi è capitato più di una volta durante il mio percorso minato, la speranza e l'imprevedibilità di solito vanno a braccetto, pronte a capovolgere tutte le nostre previsioni: ho ancora negli occhi la scena di un bambino che faceva l'interprete a sua madre nel laboratorio di un dentista sotto gli sguardi ammirevoli degli astanti.
Questa letteratura, un ruscello timido che sta formando il suo percorso silenziosamente, parla in tutte le lingue attraverso una lingua adottiva che, forse per la sua bellezza e la sua ricchezza, per tanti, sembra la lingua materna, o la lingua in cui si scopre le tracce del proprio idioma e viceversa: l'influenza culturale non corre mai in senso unico: è l'autostrada della sapienza con ramificazioni, intrecci, ponti, tunnel e traforati che ci portano facilmente agli albori della storia. Solo dopo aver imparato la lingua italiana, ho capito perché nel nostro dialetto si dice " carrozè " (dall'italiano carrozza), " fatùra " (dalla fattura), " A'nten " (dall'Antenna), senza calcolare i termini latino-greci. Psicologia, aristocrazia, borghesia (che in arabo si pronuncia Burgiuwaziyyà) ecc. Poi, durante la mia lotta quotidiana con il vocabolario quando mi metto a scrivere in italiano, l'impatto con parole di origine araba è ormai, come si suol dire, all'ordine del giorno. Come il termine " Zero ", parola giunta in Italia attraverso lo spagnolo che deriva dall'arabo "Sifr " che significa " nulla ", o " Scacco matto ", l'espressione usata nel gioco degli scacchi, e che addirittura ha origine araba e persiana. Difatti, Shah, vuol dire Re in persiano, e Mat., vuol dire Morto in arabo. Quindi. Shàh mat, vuol dire Scacco matto. Poi, Almanacco (da Al-manakh, raccolta delle effemeridi degli astri), Zecca (da Sikka, moneta, o dar Assikka, officina di coniazione delle monete). Ma l'esempio più clamoroso di questo scambio culturale, resta la parola " Darsena ". Questa parola che in origine significava " la casa dell'industria ", cioè " dar-Assinaà ", e che in italiano aveva preso due significati: 1) la parte più interna del porto nella quale stanno le navi disarmate; 2) arsenale marittimo per la costruzione e riparazione delle navi, era passata al turco, i quali l'avevano trasformata in "Tershanè", che ha circa lo stesso significato in arabo; infine, la nostra merce è ritornata a noi come "tersana", ma non più con il significato con cui l'abbiamo esportato, bensì come "arsenale di armi", l'equivalente di "santabarbara" in italiano! Citando questi esempi, pensavo alla diversità nata dal nostro luogo comune, la terra, questo nostro mondo abitato di tanti stranieri. Pensate che sto vagando? Sto legittimando un'assurdità? Ciò che voglio comunicarvi, di per sé, potrebbe apparire una normale convezione dei nostri tempi, ma quanti di noi si accorgono di quella realtà che vive nella penombra di ponti ferroviari e fabbriche derogate?
Adesso, l'Europa si sta distaccando dal resto del mondo, o almeno da quel mondo ripudiato e messo al bando come un malato cronico, nel nome di tradizioni culturali e linguistiche comuni. Ma una semplice occhiata ai raggruppamenti linguistici consente di capire meglio la storia. Infatti, l'appartenenza ad una stessa famiglia indica la presenza di un passato comune. Non solo. Ricerche più approfondite, hanno rivelato parentele ancora più larghe, fra le stesse famiglie indicate e altre lingue parlate in zone ben più lontane, come l'India. In base a questa scoperta, i filologi affermano che in un epoca remota, quasi tutte le popolazioni che oggi occupano i territori che vanno dall'Europa all'India, appartenessero ad un medesimo ceppo e parlassero una stessa lingua, denominata dagli studiosi indoeuropeo. Elias Canetti, premio Nobel e autore del capolavoro Auto da fé, aveva ragione. Noi, nell'intento di andare sempre fino in fondo, ci dimentichiamo che c'è tanto in mezzo. E in questo mezzo, forse è rimasta la cosa più importante, e la più semplice, direi, cioè l'entità dell'uomo con tutti i valori legati ad essa. Una delle abitudini positive che ho acquistato in carcere, un po' per istruirmi e un po' per scacciare la solitudine, è quella di leggere tutto ciò che mi capita sotto le mani. Così, tempo fa, ho avuto l'occasione di leggere il saggio "Sulla Giustizia" del Cardinale Carlo Maria Martini che, peraltro, era venuto a trovarci in carcere l'anno scorso, forse pensando a me e a tante persone che attraversavano in quel momento la difficile fase della risurrezione etica e morale ha scritto queste frasi: " Il delinquente resta sempre un "uomo". La persona umana è il massimo valore a motivo della sua intelligenza e libera volontà, dello spirito immortale che la anima e del destino che l'attende. La sua dignità non può essere svalorizzata, snaturata o alienata nemmeno dal peggiore male che l'uomo, singolo o associato, possa compiere. L'errore indebolisce la personalità dell'individuo, ma non la nega, non la distrugge, non la declassa al regno animale ".
Non so esattamente quando ebbi coscienza di questa trasparenza che mi vedeva nel centro o meglio nell'occhio del ciclone. Due poli estremi e in mezzo, un intreccio di sentieri, cunicoli scavati da altri, dell'altro che viveva dentro di me, e intanto, il concetto copriva il mio intero spazio visuale: si può avere una sola morte, ma sicuramente diverse vite. Mi sentivo già armeno tra gli armeni, turco tra i turchi, slavo tra gli slavi. Insomma, uomo tra gli uomini. E adesso, dopo l'impatto iniziale e la lotta quasi bellicosa per appropriarmi di quel tanto necessario dei tesori nascosti di questa lingua melodiosa, mi trovai senza saperlo tra i primi componenti della versione italiana di migrant writers secondo la definizione inglese. Dell'Ex-letteratura (anche se questo termine suona come ex-colonia, parola che certi funzionari asiatici ed africani pronunciano con tanta spregiudicatezza da fare credere che ne siano orgogliosi), ci si attende che, un giorno, forse avremo la certezza di vedere tutti questi "altri" vivere la loro diversità in armonia e coesione. Attualmente, nessuno è in grado di immaginare dove e quando avverrà (forse su Marte!), nel contempo, dobbiamo accontentarci di dialogare, dando la via libera a questa lunga, lunghissima marcia, dimenticando, o cercando di dimenticare, quei lassi di storia quando, così, per scherzo o per puro sadismo, l'inferno si trasformava da un retroterra mitico ad una realtà terrena, benedetta ed approvata da parte di una larga fetta dell'umanità.
Di solito, quando si parla molto di una cosa, è perché ne sa poco o nulla, come hanno fatto e stanno facendo ancora da noi: a forza di parlare continuamente e ossessivamente di "Imperialismo", non si capisce più il vero significato di questo termine. Stranamente, la situazione della società interculturale o multietnica, sebbene un dato di fatto, invece di compiere passi concreti, sembra generare regressione e sentimenti di reattività negativa: sembra che quanto più restiamo vicino l'uno all'altro, tanto più difficilmente impariamo a conoscerci. Ovviamente, non si tratta di dannazione o di un enigma da risolvere, ma di educazione. L'educazione per guarirci dalla mentalità chiusa, dell'atteggiamento dominante alla Kipling, che prospettava di civilizzare il mondo, privando conseguentemente interi popoli della loro cultura, o arrestandone lo sviluppo millenario. La cosa più ovvia in questo caso, è la necessità di un passo determinante e una forte volontà educativa, vale a dire l'educazione alla mente aperta verso l'altro, senza timore di perdere la propria identità, la propria tradizione e la propria cultura.
La questione immigrati, nel contesto sociale, non può essere risolta soltanto con la carità e la solidarietà, perché, data la sua complessità, richiede prospettive nuove e diverse dalle solite, appunto come ho precisato prima, iniziando dalle scuole, e soprattutto, avendo la capacità di compiere una svolta coraggiosa per contrastare quel sentimento che vede nell'immigrato colui che è venuto con lo spirito di vendicarsi dei torti e dei soprusi che ha subito la sua patria da parte dei colonizzatori. Questo sentimento in tanti casi si è visto trasformare in episodi di xenofobia incoraggiata da ideologie logore, ma che trovano ancora terreno fertile nella nuova realtà della società multiculturale. Alcuni, spinti dal senso di colpa verso un'era che è ancora in atto sotto la forma camaleontica della globalizzazione, vedono in queste ondate di disperati una riconquista camuffata, un'aggressione ai valori sani dell'Occidente. Anzi, secondo voci ancor più esplicite, si tratterebbe di un'invasione pianificata e mirata. L'accoglienza amara di chi ritorna nel nome di un principio diffuso dallo stesso occidente, ma purtroppo, e questo lo sanno persino le voci più agguerrite, era una esclusiva per i conquistadores, gli esploratori arroganti con appresso gli indigeni, caricati di scatole di attrezzi e munizioni, per uccidere, per scavare e rubare a piacimento tutto quello che potevano sottrarre ai siti archeologici. In questa atmosfera apparentemente quieta, si annunciano mutamenti molto importanti che, nel prossimo futuro, avranno il compito di tessere un rapporto equo e dignitoso con quella parte del pianeta che è ridotta semplicemente al "resto del mondo". L'inganno di rimettere una parte dei debiti ai paesi poveri o di annunciare cooperazioni economiche (che spesso rimangono sulla carta), non avrà più spazio in questo concetto mondiale, perché, ed ora di dirlo, il vero debitore è l'occidente e non viceversa. Forse lo stesso razionalismo critico dell'occidente ci salverà finalmente da questa irrazionalità che ebbe inizio con le grandi scoperte, i grandi saccheggi, massacri e l'ingiustizia diventata universale.
Così, immerso in questi ed altri interrogativi, ebbe inizio la mia avventura di apprendista scrittore: lunghe riflessioni, interminabili ruminazioni solitarie nel passato e nel presente, per capire il perché di questa caduta vertiginosa. Cedevo la parola al caos della mia anima e del mondo intero, però, nel contempo, ero consapevole già dall'inizio che soltanto attraverso la letteratura passano e seminano sogni e valori, culture e tradizioni che altrimenti sarebbero estinti. Ecco perché, per capire meglio la letteratura italiana della migrazione, non va gustata a sorsi, ma calata da un fiato. Poi, se sia amara o dolce, dipenderà dal gusto di ciascuno di voi.

Busto Arsizio, 5.05.2001

Il Vocabolario:

Alieno: (1) che è d'altro (2) contrario, avverso (3) nella letteratura di fantascienza, extraterrestre.
Definizione aggiornata: fino a poco tempo fa, si credeva che gli alieni abitassero in mondi extraterrestri, finché un politologo e patafisico italiano, Giovanni Sartori, non scoprì la loro vera identità. Difatti, adesso si sa con certezza che essi sono disgraziatamente terrestri.
Extracomunitari: cittadini di stati che non appartengono alla Comunità Europea, presenti nel territorio di paesi membri o con regolari documenti di soggiorno o in seguito a ingresso abusivo. La legge italiana prevede che l'ingresso degli extracomunitari sia subordinato a un apposito visto e che il successivo soggiorno sia autorizzato da un permesso, rinnovabile periodicamente, rilasciato dal questore della provincia di residenza. Gli extracomunitari possono venire espulsi dall'Italia con provvedimento del prefetto se autori di reati o trasgressori delle norme sul soggiorno, contro il decreto di espulsione è ammesso (rigorosamente) il ricorso al TAR.
Definizione aggiornata: sono i parenti più stretti dei gnomi, ma al contrario di questi spiritelli nordici, benevoli e sapienti, essi vivono nella zona ombra dei centri urbani. Generalmente, sono cattivi, sporchi e moralmente rozzi.
Negro: (1) che appartiene alla razza caratterizzata da pelle scura o nera, capelli lanosi, naso piatto, prognatismo spesso accentuato; (2) relativo alla razza negra. Es.: lavorare come un negro.
Definizione aggiornata: figura che desta ripugnanza e disappunto estetico, anche se gli appartenenti alla razza bianca, ogni anno, spendono centinaia di miliardi in prodotti abbronzanti, tuttavia, senza riuscire mai ad ottenere il colore d'ebano dei primi.

(Settembre 2001)