Jarmila Ockayova
Al di là della parola
Jarmila Ockayova, scrittrice slovacca, laureatasi all'Università di Bologna, vive e lavora a Reggio Emilia. Ha pubblicato tre romanzi per la casa editrice Baldini & Castoldi.
Ogni lingua è un corpo vivo, vibrante, che ci avvolge tutti come un grembo comune. Ci nutre e si nutre di contatto diretto con la vita (che diventa comunicazione) e di manifestazioni esistenziali (che diventano espressione). Nella costruzione letteraria quel contatto vitale viene trasformato nel racconto, nel plot; quella pienezza esistenziale invece in una specifica cifra narrativa. Ecco perché, pur mantenendo rapporti intensi con la mia terra d'origine e la madrelingua, io scrivo in italiano. Più o meno per lo stesso motivo per cui non mi porto dalla Slovacchia bombole di ossigeno per respirare: vivo immersa nella lingua. E' italiana la colonna sonora delle voci e dei suoni che accompagna le mie giornate, italiano è il cielo che guardo, i paesaggi, la luce, i colori, il tempo, le stagioni che influenzano i miei stati d'animo. In Italia mi confronto con i dati della realtà, in Italia nascono i fantasmi del mio immaginario, pungolato dalle esperienze che vivo quotidianamente. E sento che se facessi una scelta diversa - se dovessi scrivere in una lingua lontana dal mio quotidiano - mi autocondannerei a una specie di ingessatura del pensiero, a un isolamento interiore, creerei una barriera tra me e la mia percezione del mondo, della vita. E poi, ho la sensazione che non sono nemmeno io a scegliere: ogni personaggio che invento vuole raccontarsi da sé e si costruisce un proprio atteggiamento psicologico ed esige un proprio linguaggio, rivolto a un ipotetico interlocutore; e quell'interlocutore - perché il racconto sia palpitante, vivo, presente - non può stare a mille chilometri di distanza.
Tuttavia, la lingua non è soltanto il presente, e non è soltanto la padronanza tecnica o lessicale; è anche quell'insieme di rimandi, sottintesi, allusioni, atmosfere e memorie che richiedono un decodificatore interiore legato al complesso retroscena culturale che ogni lingua si porta con sé. Io ho vissuto in Slovacchia per quasi vent'anni e quindi la mia infanzia e la mia adolescenza non sono italiane; non è italiano il mio primo senso di appartenenza, non il primo abìcì delle emozioni e dei valori, non le prime abitudini cognitive. E tutto questo è un imprinting incancellabile, per ogni scrittore, per quanto spesso inconsapevole, relegato nelle profondità degli anfratti psicologici. Perciò, la mia fatica a scrivere in italiano non è mai stato un problema linguistico puramente formale; caso mai è stato, è, un problema "bilinguistico": come fare convivere il vecchio retaggio culturale, irrinunciabile, e la mia nuova identità culturale, che considero altrettanto preziosa?
Mi si fa notare che quando parlo in slovacco cambia il timbro della mia voce, le espressioni del mio viso, la mia gestualità; e la voce, le espressioni, i gesti non sono che punte di iceberg: figuriamoci il resto, il "sommerso" delle due lingue!
Un piccolo esempio per rendere meglio l'idea: in slovacco, per augurare a qualcuno buona fortuna si dice: drzim ti palce, "ti tengo i pollici". Il suo equivalente in italiano è: in "bocca al lupo". Tra le due locuzioni c'è un abisso. "In bocca al lupo" vuol dire: fatti forza, io tifo per te, ma a fare ciò che devi fare sarai da solo. "Ti tengo i pollici" invece indica una complicità diversa, una condivisione totale: fa' ciò che devi fare, io ti sarò vicino, sarò lì con te.
Lo slovacco è una lingua introiettiva, avvolgente, ma anche fiera e vivace, piena di diminutivi e di iperboli, di dolcezze e di eccessi: è lo specchio di un piccolo popolo che si è insediato sul crocevia di due mondi, quello occidentale e quello orientale, e che è stato sempre costretto a difendere la propria identità culturale, identità dalle radici ben piantate in una solare paganità, attenta alle voci della natura e agli spazi interiori della coscienza.
L'italiano invece è una lingua proiettiva, duttile e spalancata, direi trasformista: ha mille volti e infinite potenzialità e porta con la stessa disinvoltura il cappello di paglia da mondina e l'elegante tuba da direttore d'orchestra che guida l'esecuzione di virtuosismi barocchi.
Per spiegare la differenza del mio approccio alle due lingue, in uno dei miei romanzi uso una metafora "culinaria": la lingua madre è come un piatto mangiato al ristorante, dove ti trovi la tavola già apparecchiata, il cibo bell'e pronto, e te lo gusti senza porti troppe domande; scrivere in una lingua "adottata", invece, è come doversi cucinare quella stessa pietanza da soli. Si fa la spesa, si imbratta la cucina, si maneggia ogni ingrediente, e quando si mangia si ha più consapevolezza di quello che c'è nel piatto. Con l'effetto benefico, credo, anche sul coraggio stilistico e sul senso delle storie: tagliuzzando gli ingredienti sul marmo della propria cucina, si ha meno soggezione dei cuochi griffati, delle voghe.
La presenza delle due lingue, e dei mondi che rappresentano, in me è simultanea, e questo per molti anni mi ha fatto sentire scissa, sdoppiata tra le due culture. Dicevo spesso, con amara ironia, che stavo vivendo sospesa sopra le Alpi austriache, a metà strada tra la Slovacchia e l'Italia, con un piede nel Danubio e l'altro nel Po. Una faticaccia... Non cercavo perciò modelli letterari, per scrivere, ma maestri di vita, qualcuno che avesse fatto percorsi analoghi ai miei e potesse aiutarmi a capire ciò che mi stava succedendo, prestarmi un pannetto con cui pulire le lenti offuscate dei miei occhiali immaginari. Ho trovato numerosi "compagni di viaggio": Simone Weil, con le sue riflessioni sullo sradicamento; Elias Canetti, con le sue memorie sull'ibridazione delle culture; Tzvetan Todorov, con i suoi saggi sull'alterità; Iosif Brodskij, con i suoi discorsi sulla condizione dello scrittore in esilio. Grazie a loro, e ad altri come loro, ho cominciato a capire, a sentire, a sperimentare che la mia doppia appartenenza poteva essere non una scissione ma un raddoppiamento. Un'occasione formidabile per amalgamare due mondi e due modi di essere, due immaginari. Un ingombro, certo, ma anche una ricchezza: un sacco di "materia prima" da setacciare, selezionare, macerare, per distillarne l'essenza. Per creare una polifonia di voci, o una sinfonietta che affianca due strumenti musicali. Il mio modello simbolico perciò è la "Sonata di Kreutzer", di Beethoven, dove un pianoforte e un violino dialogano, si rincorrono e si intrecciano, speculari, perfettamente equilibrati.
Naturalmente, ho avuto anche modelli letterari veri e propri, ma inconsci, nati dalle letture empatiche di scrittori e libri che ho amato. Non li ho però mai considerati "modelli": erano piuttosto fonti di energia, che rimettevano in moto i miei processi creativi interrotti dalle frenesie del quotidiano. Non cercavo di imitarli: li "metabolizzavo".
Per cominciare, alcuni classici slovacchi del Novecento, il loro realismo magico. Margita Figuli, Milo Urban, Frantisek Svantner. Da loro credo di aver "ereditato" l'attenzione ai simboli e ai mondi onirici e la predilezione per le metafore. In una società come quella slovacca, dove imperava la censura - prima quella austro-ungarica dell'impero poi quella socialista - gli scrittori imparavano l'arte del travestimento della parola, lo sguardo obliquo sulla realtà, da Perseo che per non restare pietrificato guarda la Medusa riflessa sulla spada. E io credo che sia una lezione di stile valida in ogni luogo e in ogni tempo: ci permette di riattivare le forze sopite della parola, il suo misterioso "al di là" - che però illumina l'"al di qua" - quel qualcosa che può essere soltanto evocato, mai spiegato, mai rappresentato in modo diretto... E forse per lo stesso motivo mi è piaciuto molto il real-fiabesco di Calvino, le cronache metafisiche di Buzzati, la forza visionaria della Morante. E altri.
Comunque, uscendo dall'Italia, e dalla Slovacchia, potrei riempire intere pagine di nomi e titoli di libri che mi hanno accompagnata nel mio percorso di scrittrice. Un solo nome tra i classici dell'Ottocento: Dostoevskij, amatissimo da me per i suoi duetti e duelli tra essere e sembrare, e tra idee e sentimenti. Un solo nome tra gli scrittori contemporanei: Agota Kristof, che suscita in me un'ammirazione senza riserve per la sua poetica crudeltà, per la sua impietosa e assieme amorevole capacità di togliere i veli alla realtà, per la sua dolente e limpida essenzialità. Con lei, scatta anche l'empatia di vissuti: la Kristof è ungherese, vive in Svizzera, scrive in francese.
Ma, ripeto, i libri di altri scrittori non mi insegnano nulla: mi nutrono, mi fanno crescere. E credo che questo valga più dell'insegnamento... Josif Brodskij scriveva che lo sradicamento, l'esilio, è la più alta lezione di umiltà, preziosa per uno scrittore in quanto lo spinge a frenare le sue vanità, a prendere atto di essere null'altro che un granello di sabbia nel deserto, a confrontarsi non con gli altri uomini di penna ma con l'infinità umana. E' questo, dice l'esilio e dice Brodskij, che deve suggerire le parole, non già l'invidia, non già l'ambizione.
L'infinità umana, gli altri, l'Altro, il diverso.... Anche l'Italia si sta trasformando in un laboratorio multirazziale e multiculturale ed è ovvio che è con questo che dovremmo fare i conti sempre più spesso. Ed è altrettanto ovvio che non siamo pronti a farlo, che siamo ancora nel pieno "choc della differenza" (l'espressione è di Umberto Eco): a prescindere da manifestazioni eclatanti di xenofobia, anche chi è convinto di un suo radicale antirazzismo si lascia contagiare da pulsioni negative, da sentimenti di rifiuto o di insofferenza.
E questo vale purtroppo anche per l'universo letterario, editoriale, giornalistico: non di rado l'italiano è considerato una specie di privilegio di casta, un diritto speciale acquisito per nascita, e gli scrittori stranieri che "osano" scrivere in italiano vengono guardati con sospetto, trattati da plebei che ambiscono a conquistarsi un titolo nobiliare. Non importa che altrove (in Francia, in Gran Bretagna) l'uso letterario della lingua adottata è considerato normale da decenni, non importa quante ricchezze "lo straniero" si porti dal suo vecchio mondo o quanto entri in profondità nel mondo nuovo, ed è secondaria anche la sua padronanza della lingua e dei mezzi stilistici: il ponte levatoio tende a rimanere saldamente agganciato alla muraglia, raramente si abbassa. Per essere accolto nella roccaforte della letteratura italiana, allo scrittore straniero manca il "sangue blu": l'italiano bevuto nel biberon, l'abìcì masticato sui banchi di scuola.
Io credo che la prima causa di questo atteggiamento sia da ricercare nella "normalità" di oggi; normalità per nulla normale, giacché dietro si celano mille alienazioni e mille smarrimenti, percorsi sociali e individuali dai ritmi forsennati, precari e labirintici, dettati dal caso e immersi nel caos... Questa cosiddetta normalità fa sì che vacillino le già fragili identità degli italiani e ogni complessità - e la diversità è anzitutto questo - viene vissuta come un ulteriore indebolimento. E così si lascia, nella e fuori dalla letteratura, che cresca l'omologazione, che imperversi la cultura dell'immagine e del consumo acefalo, che ci si perda in premeditazioni polemiche, che si impoverisca la capacità di vivere legami profondi - con le persone, con le realtà, con le parole. E che aumenti il disagio.
E allora forse il contributo della narrativa italiana scritta da autori stranieri potrebbe essere questo: smontare un po' di stereotipi, letterari e umani. Riaccendere la curiosità, la voglia di riflettere e di stupirsi per qualcosa che prescinde da pura forma, dalla "tendenza". Ricordare che la diversità umana, con il suo infinito spettro di possibilità, è la materia prima della letteratura, nonché la sua ragione di essere. Mostrare che le nostre solitudini, i nostri talenti, i nostri malesseri e la nostra aspirazione a sentirci parte integrante del mondo che ci gira attorno, possono non dipendere dalle radici geografiche, o viceversa dallo sradicamento, ma dall'adesione a una scala di valori, che è senza frontiere, dalla nostra poetica esistenziale, prima ancora che da quella letteraria, dal coraggio di dare un senso alle nostre parole e ai nostri gesti e ai nostri sogni, e dal coraggio di spalancare le porte perché le parole i gesti i sogni di altri entrino in casa nostra. Provare che si può creare, trasmettere e ricevere, praticando la reciprocità. Provare che questa nuova Babele di linguaggi e di messaggi e di costruzioni espressive può miracolosamente interrompere il vecchio rumore esistenziale, assordante, e farci ascoltare il ticchettio delle nostre anime. Che le sabbie mobili su cui camminiamo, e in cui rischiamo di sprofondare, possono essere trasformate da brodaglia stagnante e caotica in numerose sorgenti limpide e fertili, rivitalizzanti.
Mi rendo perfettamente conto che la mia è una visione utopica; ma sono anche convinta che l'utopia è il punto di partenza di ogni vero cambiamento.
La multiculturalità è un'occasione. L'occasione per un vero confronto con il diverso, ma anche per riscoprire e rafforzare noi stessi e ciò che continuerà a unirci, sempre: la condizione umana comune, le ragioni profonde della nostra esistenza.
Vale ancora la massima di Platone: "Se uno con la parte migliore del proprio occhio - la pupilla - guarda la parte migliore dell'occhio dell'altro, vede se stesso."